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Ritratto rubato

Ci sono poche cose che mi piacciono quanto ammirare una citta' addormentata. Lo sguardo puo' fare un giro intero e tornare senza interruzione. E poi il conto, il conto da pagare. Non ci sono conti in sospeso la notte, li dobbiamo immaginare noi. Con l'esercizio, si impara a dimenticarsene e si resta in balia dei nostri occhi, enormemente adagiati sul palmo di una mano che non si chiude mai.
La citta' addormentata non somiglia a niente e non ricorda niente: e' sola e immobile, rappresenta poche cose che la riguardano. Niente strade e nomi, voci insieme allo sfregare dei vestiti:  di notte la citta' sta zitta, un po' miope e un po' sorda. Non resto che io, qui sola a guardare. Le linee dritte si fanno curve e i volumi sono paratie di cartone: la profondita' e' solo lo spazio che ci manca da percorrere, in una prospettiva che sbaglia, sorridendo, i punti di fuga. Tutto e' piu' lontano e contemporaneo la notte, quando  il silenzio diventa un volume col senso dell'umorismo, un solido che si distende anche attraverso i rumori, le sirene lontane, un colpo di tosse al piano di sopra.
E quando dispiega le gambe la citta' e si volta ad abbracciarti e a chiamarti al sonno, puoi rispondere con un cenno del capo, senza che se la prenda per i tuoi occhi aperti, per quel tanto di pelle che fai scorrere tra i suoi capelli, quel niente d'aria che fai uscire col respiro sospeso perche' non si svegli. Magia immobile di un pensiero che esiste senza pensarlo, eterno anche tra le pieghe di un lenzuolo, con le tende tirate e una manciata di buio appena prima che si sollevi la saracinesca del negozio piu' mattutino.

Pubblicato il 9/3/2006 alle 16.15 nella rubrica racconti umani.

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