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Ossessione9

Continuano le avventure del nostro professore ossessionato...
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Così si ripeteva mentre si preparava per andare a scuola. E allo stesso tempo si concentrava il più possibile per non ripetere i suoi soliti gesti: per non coprire la macchia sul centrino, per non pettinarsi i baffi, per non toccare tre volte l’interruttore della luce. Si sentiva felice e leggero perché era riuscito, senza un grande sforzo, ad evitare tutte le trappole quotidiane. Uscì allegro, pronto a tutto. Varcò la soglia del liceo dove insegnava da dodici anni fischiettando, con un sorriso che gli sembrava far risplendere i muri, con tutte le scritte geroglifiche e i disegni incomprensibili che le impiastravano. Niente, oggi non erano importanti quelle scritte che tanto lo facevano arrabbiare di solito. Svoltò per il lungo corridoio cadenzato da una serie di porte a vetri sempre spalancate. Alla sua destra le aule già rumoreggianti di svogliati, inutili ragazzi, alla sua sinistra le finestre sporche contro il cielo grigio.
Respirò a fondo. “La primavera inizia. L’anno solare inizia… un nuovo inizio!” Canticchiava sulle note di qualche canzone di cui non ricordava il titolo. Si passò la mano sul ciuffo scuro di capelli e si voltò sciantoso come un Jonny Depp che ammiri la sua ciurma sgangherata. Il sorriso aperto e il passo cadenzato, con la ventiquattr’ore che gli ondeggiava al fianco, l’occhio gli cadde su un disegno osceno che apparve e scomparve al di là delle porte del bagno delle ragazze. Tornò indietro e guardò meglio. Sembrava… sembrava un organo genitale femminile… eppure, eppure… gli somigliava. Ecco, non sapeva come meglio spiegare la cosa. La sua faccia sembrava un organo genitale femminile.
Si avvicinò e sbirciò perplesso, col sorriso che gli moriva tra i baffi. La scritta diceva: “Il professor Marconi ha la faccia da patonza”. Patonza?
I suoi baffetti e le labbra erano state disegnate in modo da rappresentare in immagini la metafora descritta a parole. Con la mano libera scostò la porta del bagno e sporse la testa, fece un passo e avvicinò il naso alle mattonelle, scrutò la scritta e mentre riconosceva la grafia riconosceva anche il suo volto riflesso, perfettamente iscritto nell’ovale della sua caricatura. Ebbe un moto di ribbrezzo e saltò all’indietro sbattendo contro la maniglia del lavandino. L’acqua schizzò violentemente e gli bagnò la manica e parte dei pantaloni. Si raddrizzò lentamente cercando di riacquistare la sua compostezza di sempre, quel silenzio interiore che aveva sempre quando entrava a scuola e si diresse dal Preside.
Il Preside, un uomo basso con strisce di brillantina larghe come autostrade tra i radi capelli brizzolati, con due baffi nerissimi imponenti e spioventi come le sue sopracciglia, stava cacciando dal suo ufficio il professore di matematica, un cinquantenne altissimo e magrissimo, sempre con lo stesso vestito, che si tingeva i capelli di rosso da solo e si vedeva perché poi gli rimanevano per giorni delle strisce di colore lungo le orecchie. Il professor Debora, nome che gli era costato per tutta la vita solo insulti stupidi,  era conosciuto nell’ambiente matematico per un suo articolo in cui, dopo venticinque anni di lavoro, aveva messo una postilla a un’eccezione di un teorema di Planck, postilla che poi si era rivelata di importanza quasi nulla. Tuttavia era una postilla di tutto rispetto, ben scritta. La sua attenzione ai dettagli era tale da renderlo un docente criptico e inefficace, non riusciva mai a portare a termine le spiegazioni delle cose più semplici perché gli sembravano sempre celare immense aree di complessità. Qualsiasi testo gli sembrava così superficiale che anche gli studenti meno dotati ricevevano da lui buoni voti: in fondo la superficialità è superficialirtà, non ci sono gradazioni. Tanto valeva, secondo lui, accontentarsi di poco o di quasi niente.
Mentre il professor Debora se ne usciva con le spalle curve e gli occhi arrossati dall’ufficio del Preside, Marcello vi entrò con passo sicuro e si piantò davanti alla sua scrivania. Riusciva quasi sempre ad ottenere quello che voleva dal Preside perché gli incuteva timore.
“Preside, francamente il suo lassismo sta portando questa scuola allo sfacelo!”
“Professor Marconi, cosa è successo stavolta? Si sieda… prego.”
“Non ho tempo, devo andare in classe. Le dico solo che nel bagno delle ragazze è comparso l’ennesimo disegno osceno!”
Nel parlare del disegno se lo rivide davanti agli occhi e il suo stesso sguardo gli parve osceno, trasparente e nudo. Il suo volto gli sembrò essere quello del disegno e non più quello suo, quello che vedeva ogni giorno allo specchio. Si vergognò e abbassò gli occhi.
“Eh, professore, che vuole che le dica? Lo sa anche lei che oggi i ragazzi non hanno più freni inibitori. La religione, il sesso… la famiglia… niente è più un tabù ormai… Ma il disegno… insomma. In questo caso lo farò presto togliere e chiederò in giro per scoprire chi lo abbia fatto, ne sia certo.”
“Non si preoccupi, lo so già chi è stato.” Disse Marcello e alzò lo sguardo per un momento incrociando quello corrucciato di Giolitti il cui ritratto troneggiava dietro alle spalle del Preside.
“Lo sa già? Allora siamo un passo avanti! Mi dica chi è e provvederò alla sospensione…”
“No, lasci stare, me la vedo io.”
“Come se la vede lei? Lo capisce, vero, che non è possibile? In questo caso ci sono delle regole e poi…”
“Il disegno mi riguarda e voglio essere io a vedermela con l’autore.”
“Ah,” disse il Preside e fece una pausa. “In questo caso… ma insomma, lei capisce, esporsi così da solo… Lei sa che gli studenti cercano solo delle scuse per fare ricorso…”
“Non si preoccupi, non ci saranno motivi per un ricorso.”
“In questo caso… in questo caso, ecco, sono più tranquillo.”
All’idea di avere il potere di punire il colpevole Marcello già si sentiva meglio. Anzi, si sentiva sollevato al pensiero di poter torturare lentamente Emilia. Era stata Emilia, quella cretina. Come se lui non potesse riconoscere la sua grafia dopo essersi distrutto gli occhi a decifrare quelle zampe di gallina che disseminava sui fogli dei compiti in classe!
Uscì dalla presidenza col nome e il volto di Emilia che gli rimbalzavano nella testa, e forte, si sentiva forte, alto e potente, di nuovo. Aveva riacquistato tutta la forza che aveva perso davanti a quel disegno e quando incontrò Federica fu addirittura gioviale con lei.
“Carissima!” disse e l’abbracciò. Le fece addirittura una carezza. Tanto era forte che poteva ben essere magnanimo. Sapeva che lei desiderava che lui la toccasse e così lo fece godendosi la riconoscenza del volto di lei, bevendosi fino all’ultima goccia la gioia e lo stupore che veniva dal fondo degli occhi della sua collega. La lasciò così, senza parole, nel corridoio e si allontanò agitando la mano “Ho lezione, ho lezione! A dopo!”
La sua classe, eccola, là in fondo. La luce delle finestre faceva brillare la porta. Le nuvole erano sparite e il sole rimbalzava sulle finiture di metallo delle finestre al suo passaggio. Entrò e si avvicinò alla cattedra. Gli studenti, al solito, tardarono ad accorgersi che era entrato, o insomma non ci facevano molto caso e continuavano a parlottare alcuni seduti, alcuni in piedi, la maggioranza dandogli le spalle. Posò la sua ventiquattr’ore sulla cattedra e rimase, serio, a guardarli. Non faceva mai così. Di solito si metteva subito a sedere senza guardare nessuno e cominciava a fare l’appello a cui i ragazzi rispondevano svogliatamente spesso dopo che li aveva chiamati due o tre volte. Ma stavolta no, rimase in piedi e li guardò. Presto gli studenti fecero silenzio e un po’ preoccupati andarono a sedersi ai loro posti. Dopo un paio di minuti di silenzio, Marcello scoppiò a ridere. I ragazzi lo guardarono sconcertati, alcuni si guardarono tra di loro. Lui non aveva mai riso in classe, non così almeno. Continuando a ridere fece qualche passo verso le prime file e mentre percorreva la classe disse: “Chi ricorda il nome dell’imperatore romano che scoppiò a ridere improvvisamente di fronte a due senatori?”
Tutti tacevano. “Avanti, ragazzi, nessuno lo sa? L’imperatore che si mise a ridere, così senza motivo… e sapete perché?” Tutti continuavano a tacere. Marcello si diresse verso il banco di Emilia, la guardò, poi guardò gli altri. “Perché, disse, si era improvvisamente reso conto che la loro vita era nelle sue mani… che avrebbe potuto farne ciò che voleva.” E guardò Emilia. Lei sorrise e sbuffò. “A presso’, ma che mo’ ce fa pure latino? Nun glie bastava insegna’ italiano?”
Qualcuno sorrise. Marcello tornò verso la cattedra. “Emilia, cara Emilia, tu sai bene che in altre sezioni insegno anche latino. Qui invece, solo italiano. Ti dispiace? Non ti piacerebbe vedermi più spesso? Vedere più spesso la mia faccia?” Si fece un po’ rosso nel dire questo e non si voltò, vergognandosi della sua faccia.
“Come no?” disse Emilia “Sarebbe un onore!” E rise, insieme agli altri.
“Bene,” disse Marcello e si voltò “ora che abbiamo assodato la nostra simpatia reciproca possiamo cominciare la lezione.”

Pubblicato il 29/9/2005 alle 16.27 nella rubrica ossessione.

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