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Ossessione7

[prosegue la saga del nostro eroe ossessionato. Per leggere tutta la vicenda, andare alla rubrica "ossessione"]
Non riusciva a togliersi la macchia dai pantaloni e si sforzò di non farci caso, di pensare ad altro. Si guardava intorno, leggiucchiava Leopardi… ma niente, l’occhio tornava sulla macchia. Persino quando non la guardava riusciva a vederla. Nel suo campo visivo la macchia troneggiava come un alone scuro, gli tingeva i margini dell’occhio, lo distraeva. Si era appena alzato per andarsene, esasperato, quando gli squillò il cellulare. Era Federica. Ancora! Ma non c’era un modo di bloccarele telefonate di Federica? Un modo perché a lei, e solo a lei, il suo cellulare risultasse spento, irraggiungibile. Non gli andava proprio di parlarle, specie dopo la cena insieme l’altra sera. Si era montata la testa, ecco sì, si era montata la testa. Adesso credeva che lui, solo perché l’aveva invitata in un momento in cui la solitudine era diventata troppo pesante, solo perché per pietà… ma chi stava prendendo in giro? Era per pietà di se stesso e non di lei che l’aveva chiamata, le aveva detto della pizzeria di cui aveva tanto sentito parlare e l’aveva invitata a uscire.
“Pronto? Sì… ah, scusa, non l’avevo sentito, tengo la suoneria bassa…”
“Ma sei per strada o in un museo?”
“Come? Ah, no, per strada, per strada. Non senti che casino?”
“E allora alzala la suoneria per strada, no?” disse lei e rise. Che rabbia quella risata cristallina, leggermente isterica, dai toni troppo acuti…
“Che fai?” chiese lei.
“Che faccio? Passeggio, no?”
“Ma rispondi a tutte le domande con delle domande?” e rise di nuovo.
“Scusa, non ti sento bene, sono entrato nei vicoli…”
“Non mi avevi detto che stavi passeggiando per Viterbo” e rideva rideva… Per poco non le attaccò il telefono in faccia. Si sentiva nervoso, si dovette fermare e appoggiarsi a un palazzo, sfregandosi furiosamente la macchia dei pantaloni.
“Allora ci vediamo domani a scuola?” concluse lei.
“Certo, domani.”
“Meno male che questo l’hai sentito bene, altrimenti non ci saremmo visti domani! Ciao…” riattaccò senza riuscire a trattenere le risa, come se qualcuno le stesse facendo il solletico.
“Ciao.” Lui riattaccò più volte, in preda a un raptus. Gli sembrava di aver subito un aggressione, di essere stato assalito e derubato e ora se ne stava immobile mentre l’aggressore si allontanava. Si guardò intorno, respirò e si diresse verso casa. Non le capiva proprio le donne. Che bisogno c’era di attaccarsi così velocemente? Mandi un piccolo segnale e ti saltano alla gola come animali feroci… Gli facevano passare la voglia di rivederle, di stare con loro, gli facevano persino paura. Tutte quelle risate, quei gridolini, quegli occhioni pieni di luci e speranze si spalancavano sulla sua vita e lo fagocitavano, lo inseguivano implorando, tenaci, insistenti… Era insopportabile. Faceva venire i brividi.
Camminando verso casa ripensò a sua madre che gli diceva sempre che lui era troppo esigente, doveva smetterla di cercare la donna perfetta ed adeguarsi all’imperfezione: la vita in due è tutta nell’incontro di due imperfezioni. Era forse perfetto lui?
“No… non sono perfetto,” pensava, “ed è per questo che l’imperfezione altrui mi dà noia. Ho abbastanza da fare con la mia imperfezione. Ci lavorino gli altri sulla loro…”

Pubblicato il 1/9/2005 alle 9.22 nella rubrica ossessione.

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