Blog: http://nefeli.ilcannocchiale.it

Ossessione6

Vide una sua studentessa attraversare la piazza in una corsa sgangherata, inseguita da un ragazzo. Cecchi. Emilia. Emilia? Ah, sì: Emilia. Si faceva chiamare Barbara però perché odiava il nome Emilia e odiava lui, il professore che insisteva a chiamarla col nome da registro. C’erano due Cecchi nella classe, Roberto ed Emilia. Non erano nemmeno parenti, erano solo un curioso caso di omonimia in un liceo che raggruppava studenti che vivevano, più o meno, nello stesso quartiere. Due Cecchi di due famiglie completamente disgiunte, chissà quando, dall’antenato comune. Se pure ce n’era stato uno. Così lui li chiamava per nome, per non confondersi.
“Presso’,” diceva Emilia, “ma chi se confonde? Semo disciassette in classe,” strascicava sempre le velari del gruppo ‘ci’, “e lui è ’n secchione. Nun lo chiama mai alla lavagna. Chiama sempre a me. Come famo a sbagliacce?”
“Facciamo, Emilia, come facciamo a sbagliarci. Emilia è un bel nome, nobile. Barbara è un nome… barbaro.” Qualcuno sorrideva alla sua battuta, sempre la stessa. “E io so’ Barbara… che ’n c’o sa, presso’?” Alla battuta di Emilia invece tutti scoppiavano in una fragorosa risata.
Emilia portava i capelli corti dal lato destro della testa, rasati, e a caschetto al lato sinistro. Neri con due strisce rosa intenso. Anello al naso, anello al sopracciglio destro. Sembrava voler castigare quel lato del suo corpo, il lato controllato dall’emisfero sinistro, l’emisfero razionale. Il lato sinistro del volto, quello controllato dall’emisfero emotivo, era completamente coperto dai capelli e lui non credeva di averlo mai visto direttamente, in buona luce. Ma questa era quasi psicologia popolare, pensieri da casalinga frustrata. Marcello dovette censurarsi per la seconda volta quella mattina e sforzarsi di non comportarsi come un mediocre. Ben altro, ben altri erano i pensieri che doveva fare!
Osservò la ragazza correre tutta piegata da un lato, mentre mandava delle grida terribili, come se la stessero sgozzando. A lui parve che potesse inciampare e cadere da un momento all’altro sugli strascichi dei suoi pantaloni di quattro taglie più grandi. Sopra aveva una maglietta corta e sottile, che a malapena le copriva il seno. Il ragazzo che la inseguiva era vestito come lei, solo con una maglietta un po’ più lunga. I capelli rasati a mezzo cranio, proprio come lei, ma dal lato opposto. Quando la raggiunse, perché la raggiunse, il professore lo sapeva che l’avrebbe raggiunta, aspettava che la raggiungesse, la buttò a terra, vicino alla fontanella e i due si baciarono. Così, in mezzo a tutta la gente che passeggiava. Tra le biciclette e le coppiette, il banco dei fiori e la pozza d’acqua a terra. Lei poi lo spinse via con un grugnito e si rimise a correre, verso il bar dove lui era seduto. Lo vide e continuò a correre sorridendo fino al suo tavolo. Si fermò a un metro da lui e sbatté le mani, col fiatone, sul tavolino che traballò facendo schiumare un po’ del cappuccino sul piattino.
“A presso’, ma che ce fa qua? Che c’ha ’n appuntamento?” Intanto il ragazzo l’aveva raggiunta e stava in piedi dietro di lei, piegata in avanti a guardare il professore e a parlargli in faccia col fiato tanto grosso che a lui arrivava tutto il sapore della sua bocca, il sapore del bacio che aveva appena dato. Il ragazzo lo guardava fisso e posò le mani sui fianchi di lei.
“Stavo ripassando Leopardi.” disse Marcello e posò il libro sul tavolino, sulla mano di lei. Lei la ritrasse come fosse stata morsa da un serpente.
“Madonna, presso’! Ma lei ’n se schiarisce mai?” Disse lei e si mise a ridere tirandosi i capelli indietro. Marcello era calmo, si sentiva come quando era in classe: una steppa silenziosa nel petto, un fruscìo sommesso nella testa. Sorrise, appena.
“Vabbé presso’, io vado. È sempre bello vedesse così per caso, fuori de scuola, no? Mejo che vedesse a scuola!”
“Eh già,” annuì Marcello, “si acuisce il senso di comunità quando si incontra qualcuno fuori dai confini del proprio gruppo.”
Emilia si voltò a guardare il suo ragazzo. “Che t’avevo detto? Eh…?” Il ragazzo sorrise e i sue se ne andarono mano nella mano.
Che gli aveva detto Emilia di lui? La sua frase che mai aveva di particolare, che mai poteva essere di speciale per rappresentare tanto bene ciò che Emilia poteva aver detto al suo ragazzo? Marcello sollevò pensoso la tazza col cappuccino e bevve un sorso. Una goccia cadde dalla base che si era inzuppata con l’arrivo della ragazza e gli macchiò i pantaloni.

Pubblicato il 28/8/2005 alle 17.5 nella rubrica ossessione.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web