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Manuale per bambine cattive capitolo IV

Febbraio

Giosuè

Con un nome tale non si poteva fare molto. Preghiere, atti di contrizione, portar cioccolatini alla suocera o, al massimo, ridere sotto i baffi immaginando gli amplessi furtivi, a luce spenta, che poteva avere con la moglie una volta a settimana.
Anche se è giovane, anche se è un amico del mio ragazzo e lui stesso ha una ragazza. Siamo amici a quattro, non siamo amici veri. Essere amici di coppie quando si è in coppia è una cosa curiosa. Perché si può ben essere amici di una coppia, e ciò accade se si è single. In qualche modo la coppia ci prende a benvolere e, ora l’uno ora l’altra ci danno consigli, ora l’altra ora l’uno ci presentano amici e parenti: avanzi di donne altrui. E la nostra vita si dipana parassitaria attraverso i corridoi che percorriamo con la mano tesa e il sorriso legnoso a scoprire qualche dente, magari un paio di incisivi che fa tanto coniglietta, mentre ci avviciniamo a “quello” che ci aspetta laggiù, un po’ al buio, e nelle orecchie abbiamo le parole di incoraggiamento “è un ingegnere sai. Cucina bene, vedessi!”
Corridoi corridoi. Noi siamo nella parte in luce e loro sempre, chissà perché, in quella in ombra. Protetti, mentre noi falchiamo i metri e i metri su tacchi alti altri metri, ondeggiando quel tanto che possa attrarre ma col buon gusto del non si sa mai.
Sono tutti misteriosi esseri, sconosciuti e pieni di se e di purtroppo e di mi piacerebbe e di ma io quest’anno ci vado a Cuba. La stanchezza di queste conversazioni con giacchette ben stirate e cravatte monocrome può essere salvata solo dall’apparizione del conosciuto, di chi sai che non è così. L’amico di vecchia data, un quarto di quella amicizia a quattro.
Io avevo perso il mio altro quarto e lui aveva perso la sua, così avevamo salito i gradini e ci trovavamo alla piattaforma superiore a fare i mezzi, con la sensazione che i quarti disuniti ci continuino a gardare da una decina di passi più in giù, piccoli come dei quarti, ora che noi siamo mezzi. Il quarto che ho davanti è Giosué e io l’ho sempre guardato, schivando gli occhi della sua donna e quelli del mio uomo. Del resto eravamo più simili io e lui, caotici e ridanciani, un po’ surreali nel modo di esprimerci, allegri e vitali. E desideravamo sapere come ci saremmo baciati. Perché per tutti quegli anni non c’era dubbio nelle nostre menti che ci saremmo baciati.
Ed eccoci, insieme a una festa. Dov’è il tuo lui? Ah, divorziati, eh? E la tua lei? Ah, anche tu? Mi dispiace.
E bastano due passi, un balcone carico di piante tra il fragore di una cucina sovraesposta e rumorosa per baciarci, cercarci con la lingua e premerci il corpo contro. E tutto, tutto quello che facciamo è il copione dei nostri pensieri, nemmeno desideri, nemmanco fantasie. Pensieri. L’avevamo pensato, castamente, il nostro incontro ed ecco che si svolge come fra due educande che non sanno bene dove mettere le mani.
Lui è tanto alto e magro, del resto, dove mi metto a scavare per trovare e produrre sensualità? Qui, sul balconcino per giunta? Lui sembra più sveglio di me e sa afferrarmi il seno con rispetto (il rispetto che ha per un seno che ha osservato e pensato per dieci anni, il seno non suo, ma del suo amico. E io sentivo il suo baciarmi come un tentativo, un modo di capire se poteva baciarmi come baciava lei, l’altro quarto.
Puoi baciarmi come lei? Siamo alte uguali, in fondo, more entrambe... io ho le labbra più strette... Come si fa? E il suo toccarmi era casto era solo il modo di capire se per caso io non fossi lei.
E io non sono lei, se n’è accorto e mi ha continuato a baciare lo stesso. Io però ero troppo persa nel pensiero, nello studio di ciò che era successo e di ciò che stava succedendo. Maledizione a me! Sondavo con la lingua, organo sovrasensibile, il braille delle sue intenzioni, delle sue emozioni e mi ero scordata di pensare alle mie, mi ero scordata di crearmi delle mie emozioni.
Niente da fare, quella sera l’ho rimandato a casa.

Un anno dopo. Lo sapevo che ci saresti stato a questa festa. Stesso balcone, stessa gente, stessi rumori, stessa sovraesposizione della luce. Siamo sul balcone e parliamo. Cavalli feriti. Come? Caduto con la testa indietro? Cosa? Per fortuna hai trovato una tipa con una stalla vuota? Eh, sì, son cose da augurarsi alla propria primogeniture...
E ridiamo ridiamo. Ci guardiamo e ci annusiamo ma non ci tocchiamo. Infine balliamo e interpretriamo tutti i balli allo stesso modo. Abbiamo forse inventato uno stile, ma più probabilmente volevamo toccarci, strusciarci. Col rock, col tango, coi Beatles e con Phillip Glass abbiamo fatto la stessa danza, passandoci il corpo come fosse un testimone. Ridendo.
E di nuovo. Portami a casa e baciami e ci baciamo e siamo due metà e mi tocca e così scopre che non sono lei, il suo quarto mancante, sono un mezzo, sono solo un mezzo. Le mani si tranquillizzano ma si devono fermare lì perché voglio andare oltre quando anche io ci avrò capito qualcosa e ci diciamo chiamamoci no? Sì certo, ci vediamo... benebene presto.

Quanto può essere distruttivo del proprio sistema epistemologico di comprensione della realtà il fatto che il tipo non risponde ai messaggi?

Pubblicato il 16/5/2005 alle 23.56 nella rubrica Manuale per bambine cattive.

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