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psicoanalisi perduta

Non riesco ad accettare le vestigia del passato, nascoste in cassetti,
accumulate in cumuli nascosti e sincopate nel loro apparirmi innanzi,
sole e luna di un tempo che non esiste né mai finor giammai è esistito.
Mi travesto di nuovo, come vuole il mio tempo, e recito versi ad alta voce,
che mi sentano, anche da lontano, anche senza udito. Non posso
superare lo scoglio del ricordo ed è questo malessere, malore,
piaga curabile in questa mia epoca dolce, di sonni e pastiglie,
gratitudine ebete del farmacopatico al farmacista.
Rimango al margine di un foglio con il timbro e la firma di uno specialista.
Non riesco a riconoscere la mia aria vuota nei numeri e nomi
stilati sul foglio. E guardo e annuisco: almeno il dottore
mi desse un cenno di comprensione. Il dentista non ha mai avuto carie
e il mio terapista non ha mai vissuto gli abissi. Si aprano allora le oscene cateratte
di questo mio oblìo, si chiuda quel tempo che appare nel monitor
di un pulsante cronometro e si dica “fine” accanto ai vocativi,
la richiesta patetica di esperienza altrui nel mondo solitario.

Pubblicato il 23/1/2008 alle 21.38 nella rubrica paura dei moderni.

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