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Telemissione

Comincia qui una rubrica sulla televisione - soprattutto quella statunitense - che vuole analizzare come il  telefilm sia diventato mezzo di propaganda ideologica e politica.
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“Lascia che ti racconti una storia.” È questa la premessa implicita di ogni telefilm che dagli Stati Uniti arriva sui nostri schermi. Da qualche anno non sono più dei mini-film compressi in un tempo adatto alla fruizione distratta di un pubblico che mangia, parla e telefona davanti al televisore acceso. Ora alcuni di questi telefilm sono delle storie che si snodano nel tempo e i cui personaggi, le cui vicende non possono essere comprese pienamente se si vede un solo episodio. Prendiamo per esempio “V – Visitors” ancora allora, accendendo la televisione in un episodio qualsiasi, si capiva al volo che la terra era stata invasa da extraterrestri e che c’erano dei buoni e dei cattivi ben definiti. Adesso i buoni e i cattivi non ci sono più, in quella forma e i buoni fanno cose cattive e viceversa confondendo chi volesse dare un giudizio affrettato. Persino nelle serie meno innovative, quelle cioè che continuano ad affrontare e chiudere un “caso” alla volta in ogni episodio, i personaggi possono sfuggire alla normale catalogazione televisiva. il Dr House è buono o è cattivo? Il protagonista di “The Shield” è un criminale o un eroe? In questo tipo di telefilm i personaggi più complessi e sfuggenti sembrano obbedire a una filosofia di nuova acquisizione ma di antico conio: non chiedere all’eroe di agire come insegna ad agire. Seneca sarebbe felice di questo nuovo modo di narrare storie, risparmiando all’eroe – e alle vicende stesse – il giudizio sui dettagli delle azioni. Il buon ispettore Derrick non ha più posto in questo tipo di storie e se lui diceva orgoglioso di arrestare chiunque perché “nei trent’anni della mia carriera ho sempre dormito bene la notte”, ora i nuovi eroi sono insonni, indecisi, fanno errori e lasciano fuggire criminali le cui azioni possano essere emotivamente giustificabili. David Kelley ha dato una grande spinta in questa direzione con “The Practice”, serie in cui un gruppo di avvocati si trova costantemente di fronte a casi controversi che trovano soluzione solo giuridica ma non morale, etica o più semplicemente umana. Il pubblico deve certo prestare più attenzione a queste storie se vuole cominciare a capire cosa effettivamente vogliano raccontare e da questa nuova partecipazione attiva degli spettatori è nato un nuovo modo di fare televisione: gli episodi non si chiudono in storie racchiuse in un singolo episodio a cui ne fa seguito un altro con un’altra storia conchiusa e così via. La vicenda si dirama in molte direzioni e i personaggi non danno alcuna garanzia di essere in grado di risolvere o comprendere fino in fondo le situazioni in cui sono calati. L’ultimo telefilm di questo tipo è “John from Cincinnati”, raffinata creatura della HBO, ideata e prodotta da uno dei produttori di “NYPD Blue”. Un giovane che ricorda molto il Peter Sellers di “Oltre il giardino” compare nella vita di un alcolizzato eroinomane e, sebbene non cambi nulla concretamente nella vita di quell’uomo, la sua presenza attiva una serie di avvenimenti collaterali che ne toccano l’esistenza. Non c’è alcun giudizio morale sul comportamento del protagonista drogato, né pietismo, né drammatica rappresentazione di una vita in decadenza. Episodio dopo episodio assistiamo alle intemperanze, a volte tragicomiche, di un uomo sfatto che vive alla giornata, impegnandosi nella ricerca della dose quotidiana, partecipando distrattamente alla crescita del figlio pre-adolescente che vuole seguire le orme di un padre che una volta era stato un grande surfista.
E il giovane John di Cincinnati non deve far altro che mettersi le mani in tasca e, come Eta Beta, estrarne qualsiasi cosa di cui abbia bisogno il suo nuovo amico: duemila dollari, un telefono, biglietti per le partite. John è “magico”, c’è tanta favola nella sua presenza in questa storia, intorno a lui le persone levitano e i pappagalli resuscitano. L’umanità che ha intorno però non viene cambiata da queste magie, tutti rimangono quello che erano, con la differenza di trovarsi a sorridere, quasi con rassegnazione, dei capricci del caso.

Pubblicato il 5/9/2007 alle 7.6 nella rubrica paura dei moderni.

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