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Il gioco dell'artista

L’artista è quell’uomo che comanda con tanta più forza la sua espressione quanto più è insoddisfatto del controllo che ha sul mondo.
I grandi musicisti hanno un modo molto personale di comandare la creazione ed è questo comando che ne fa l’individualità.
Mozart è un bambino che ha imparato un gioco da adulti, è un ragazzino che sbalordisce perché sa costruire con i lego che gli hanno regalato dei palazzi a grandezza naturale, pieni di stanze, di sorprese architettoniche e di leggere incongruenze escheriane dove, pure, tout se tient.
Beethoven non si stanca mai di ricontrollare e riscrivere: creare non è abbastanza, ha bisogno della perfezione nelle minuzie. La materia che immagina è cataclismica, vulcanica e tende a sfuggirgli. Ma lui, come il personaggio brechtiano, è più forte persino della morte e può fermare tra le mani il più riottoso dei giri di chiave. È la sua personalità a dominare e plasmare la creazione.
Brahms è invece quel signore che andava tutti i pomeriggi a sdraiarsi sul prato a guardar passare le nuvole. E un giorno tornò a casa con una sinfonia completa che era riuscito ad afferrare con le sue mani da contadino, le mani di un vecchio artigiano che, seppur tozze, si muovono con una delicatezza impensabile tra cose quasi immateriali. E quel che ne viene è un’opera già naturalmente formata, come se l’avesse lasciata cadere sul tavolo della cucina appena tornato a casa per osservarla da vicino, lui, entomologo delle note.
A Stravinskij quella musica l’avevano raccontata da piccolo, per farlo addormentare e lui ne ricorda ogni nota. Cresciuto, ne sposta le varie tessere come un consumato risolutore di puzzle e riesce miracolosamente a costruire con gli stessi pezzi migliaia di composizioni diverse, anche minuscole, con gli avanzi, una o due tessere sfuggite a un quadro più grande.

Pubblicato il 20/3/2007 alle 10.53 nella rubrica i meglio post mia.

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