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CUP

Esperienza. “Quel medico sembra un ragazzino. Non mi fido.” Ci fidiamo invece dell’esperienza, e in parte a ragion veduta perché, se l’aggiornamento costante e lo studio di nuove tecniche e scoperte è fondamentale per poter dare un’interpretazione affidabile delle anomalie mediche, è altresì cruciale che l’esperienza permetta la capacità di diagnosi in forza della statistica. Uno specialista in calcoli renali ne ha visti “centinaia, signora mia, nella mia carriera di casi come il suo”, un medico generico molti di meno.
La riforma sanitaria ha prodotto, tra gli altri, l’effetto di negare al medico l’arricchimento dell’esperienza. Un internista della ASL non vede meno casi, giornalmente, di quanti ne vedesse prima della riforma: tuttavia non li segue. La prenotazione obbligatoria per telefono, impersonale e aracniforme che caratterizza ora il metodo CUP (Centro Unificato di Prenotazione) fa sì che un paziente, munito di ricetta medica, richieda la prestazione a un centralino telefonico. Questo, in forza di una rete informatica purtroppo non sempre funzionante, prenota la prima visita disponibile. Sia essa nella periferia nord della città o in quella sud, in un grande ospedale o in un piccolo centro privato che gode però dello status di parificazione – a volte in virtù di maneggi politici poco trasperenti. Se infatti una risonanza magnetica in un centro privato costa 500 euro, muniti di una ricetta medica si può praticarla per poco meno di una cinquantina di euro. I restanti vengono versati dallo Stato all’azienda privata. Un apparecchio per la risonanza magnetica costa intorno agli 800.000 euro. Servono 1.600 pazienti per ammortizzarne il costo, eppure lo Stato preferisce spesso affidarsi a centri privati invece di acquistare apparecchi per le proprie ASL.
“Non so perché il medico che ha visto sei mesi fa le abbia trovato delle macchie nel fegato. Io vedo solo delle attivazioni periferiche di poco conto.” Il medico che aveva visto le macchie e quello che aveva visto solo delle attivazioni periferiche, molto probabilmente non sapranno mai se il paziente svilupperà una patologia e di fatto nessuno dei due potrà godere dell’esperienza fatta.
Questi medici passano ore e ore nei loro laboratori, in attesa di pazienti che non sanno quando arriveranno, in che numero e non sapranno quali analisi dovranno effettuare ogni giorno. Il CUP, il sistema computerizzato basato su informazioni via internet, non manda loro alcun messaggio, non è in grado di avvertire le ASL circa il volume di pazienti che giornalmente avrà.
Il paziente è diventato un accidente transitorio, un insieme di cellule e organi che si presenta quel giorno e forse non tornerà più. Un numero, una cifra, statisticamente ed esperienzialmente irrilevante.

Pubblicato il 1/8/2006 alle 13.53 nella rubrica nemmeno oggi mi hanno ammazzato.

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