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Ossessione9

ossessione 29/9/2005

Continuano le avventure del nostro professore ossessionato...
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Così si ripeteva mentre si preparava per andare a scuola. E allo stesso tempo si concentrava il più possibile per non ripetere i suoi soliti gesti: per non coprire la macchia sul centrino, per non pettinarsi i baffi, per non toccare tre volte l’interruttore della luce. Si sentiva felice e leggero perché era riuscito, senza un grande sforzo, ad evitare tutte le trappole quotidiane. Uscì allegro, pronto a tutto. Varcò la soglia del liceo dove insegnava da dodici anni fischiettando, con un sorriso che gli sembrava far risplendere i muri, con tutte le scritte geroglifiche e i disegni incomprensibili che le impiastravano. Niente, oggi non erano importanti quelle scritte che tanto lo facevano arrabbiare di solito. Svoltò per il lungo corridoio cadenzato da una serie di porte a vetri sempre spalancate. Alla sua destra le aule già rumoreggianti di svogliati, inutili ragazzi, alla sua sinistra le finestre sporche contro il cielo grigio.
Respirò a fondo. “La primavera inizia. L’anno solare inizia… un nuovo inizio!” Canticchiava sulle note di qualche canzone di cui non ricordava il titolo. Si passò la mano sul ciuffo scuro di capelli e si voltò sciantoso come un Jonny Depp che ammiri la sua ciurma sgangherata. Il sorriso aperto e il passo cadenzato, con la ventiquattr’ore che gli ondeggiava al fianco, l’occhio gli cadde su un disegno osceno che apparve e scomparve al di là delle porte del bagno delle ragazze. Tornò indietro e guardò meglio. Sembrava… sembrava un organo genitale femminile… eppure, eppure… gli somigliava. Ecco, non sapeva come meglio spiegare la cosa. La sua faccia sembrava un organo genitale femminile.
Si avvicinò e sbirciò perplesso, col sorriso che gli moriva tra i baffi. La scritta diceva: “Il professor Marconi ha la faccia da patonza”. Patonza?
I suoi baffetti e le labbra erano state disegnate in modo da rappresentare in immagini la metafora descritta a parole. Con la mano libera scostò la porta del bagno e sporse la testa, fece un passo e avvicinò il naso alle mattonelle, scrutò la scritta e mentre riconosceva la grafia riconosceva anche il suo volto riflesso, perfettamente iscritto nell’ovale della sua caricatura. Ebbe un moto di ribbrezzo e saltò all’indietro sbattendo contro la maniglia del lavandino. L’acqua schizzò violentemente e gli bagnò la manica e parte dei pantaloni. Si raddrizzò lentamente cercando di riacquistare la sua compostezza di sempre, quel silenzio interiore che aveva sempre quando entrava a scuola e si diresse dal Preside.
Il Preside, un uomo basso con strisce di brillantina larghe come autostrade tra i radi capelli brizzolati, con due baffi nerissimi imponenti e spioventi come le sue sopracciglia, stava cacciando dal suo ufficio il professore di matematica, un cinquantenne altissimo e magrissimo, sempre con lo stesso vestito, che si tingeva i capelli di rosso da solo e si vedeva perché poi gli rimanevano per giorni delle strisce di colore lungo le orecchie. Il professor Debora, nome che gli era costato per tutta la vita solo insulti stupidi,  era conosciuto nell’ambiente matematico per un suo articolo in cui, dopo venticinque anni di lavoro, aveva messo una postilla a un’eccezione di un teorema di Planck, postilla che poi si era rivelata di importanza quasi nulla. Tuttavia era una postilla di tutto rispetto, ben scritta. La sua attenzione ai dettagli era tale da renderlo un docente criptico e inefficace, non riusciva mai a portare a termine le spiegazioni delle cose più semplici perché gli sembravano sempre celare immense aree di complessità. Qualsiasi testo gli sembrava così superficiale che anche gli studenti meno dotati ricevevano da lui buoni voti: in fondo la superficialità è superficialirtà, non ci sono gradazioni. Tanto valeva, secondo lui, accontentarsi di poco o di quasi niente.
Mentre il professor Debora se ne usciva con le spalle curve e gli occhi arrossati dall’ufficio del Preside, Marcello vi entrò con passo sicuro e si piantò davanti alla sua scrivania. Riusciva quasi sempre ad ottenere quello che voleva dal Preside perché gli incuteva timore.
“Preside, francamente il suo lassismo sta portando questa scuola allo sfacelo!”
“Professor Marconi, cosa è successo stavolta? Si sieda… prego.”
“Non ho tempo, devo andare in classe. Le dico solo che nel bagno delle ragazze è comparso l’ennesimo disegno osceno!”
Nel parlare del disegno se lo rivide davanti agli occhi e il suo stesso sguardo gli parve osceno, trasparente e nudo. Il suo volto gli sembrò essere quello del disegno e non più quello suo, quello che vedeva ogni giorno allo specchio. Si vergognò e abbassò gli occhi.
“Eh, professore, che vuole che le dica? Lo sa anche lei che oggi i ragazzi non hanno più freni inibitori. La religione, il sesso… la famiglia… niente è più un tabù ormai… Ma il disegno… insomma. In questo caso lo farò presto togliere e chiederò in giro per scoprire chi lo abbia fatto, ne sia certo.”
“Non si preoccupi, lo so già chi è stato.” Disse Marcello e alzò lo sguardo per un momento incrociando quello corrucciato di Giolitti il cui ritratto troneggiava dietro alle spalle del Preside.
“Lo sa già? Allora siamo un passo avanti! Mi dica chi è e provvederò alla sospensione…”
“No, lasci stare, me la vedo io.”
“Come se la vede lei? Lo capisce, vero, che non è possibile? In questo caso ci sono delle regole e poi…”
“Il disegno mi riguarda e voglio essere io a vedermela con l’autore.”
“Ah,” disse il Preside e fece una pausa. “In questo caso… ma insomma, lei capisce, esporsi così da solo… Lei sa che gli studenti cercano solo delle scuse per fare ricorso…”
“Non si preoccupi, non ci saranno motivi per un ricorso.”
“In questo caso… in questo caso, ecco, sono più tranquillo.”
All’idea di avere il potere di punire il colpevole Marcello già si sentiva meglio. Anzi, si sentiva sollevato al pensiero di poter torturare lentamente Emilia. Era stata Emilia, quella cretina. Come se lui non potesse riconoscere la sua grafia dopo essersi distrutto gli occhi a decifrare quelle zampe di gallina che disseminava sui fogli dei compiti in classe!
Uscì dalla presidenza col nome e il volto di Emilia che gli rimbalzavano nella testa, e forte, si sentiva forte, alto e potente, di nuovo. Aveva riacquistato tutta la forza che aveva perso davanti a quel disegno e quando incontrò Federica fu addirittura gioviale con lei.
“Carissima!” disse e l’abbracciò. Le fece addirittura una carezza. Tanto era forte che poteva ben essere magnanimo. Sapeva che lei desiderava che lui la toccasse e così lo fece godendosi la riconoscenza del volto di lei, bevendosi fino all’ultima goccia la gioia e lo stupore che veniva dal fondo degli occhi della sua collega. La lasciò così, senza parole, nel corridoio e si allontanò agitando la mano “Ho lezione, ho lezione! A dopo!”
La sua classe, eccola, là in fondo. La luce delle finestre faceva brillare la porta. Le nuvole erano sparite e il sole rimbalzava sulle finiture di metallo delle finestre al suo passaggio. Entrò e si avvicinò alla cattedra. Gli studenti, al solito, tardarono ad accorgersi che era entrato, o insomma non ci facevano molto caso e continuavano a parlottare alcuni seduti, alcuni in piedi, la maggioranza dandogli le spalle. Posò la sua ventiquattr’ore sulla cattedra e rimase, serio, a guardarli. Non faceva mai così. Di solito si metteva subito a sedere senza guardare nessuno e cominciava a fare l’appello a cui i ragazzi rispondevano svogliatamente spesso dopo che li aveva chiamati due o tre volte. Ma stavolta no, rimase in piedi e li guardò. Presto gli studenti fecero silenzio e un po’ preoccupati andarono a sedersi ai loro posti. Dopo un paio di minuti di silenzio, Marcello scoppiò a ridere. I ragazzi lo guardarono sconcertati, alcuni si guardarono tra di loro. Lui non aveva mai riso in classe, non così almeno. Continuando a ridere fece qualche passo verso le prime file e mentre percorreva la classe disse: “Chi ricorda il nome dell’imperatore romano che scoppiò a ridere improvvisamente di fronte a due senatori?”
Tutti tacevano. “Avanti, ragazzi, nessuno lo sa? L’imperatore che si mise a ridere, così senza motivo… e sapete perché?” Tutti continuavano a tacere. Marcello si diresse verso il banco di Emilia, la guardò, poi guardò gli altri. “Perché, disse, si era improvvisamente reso conto che la loro vita era nelle sue mani… che avrebbe potuto farne ciò che voleva.” E guardò Emilia. Lei sorrise e sbuffò. “A presso’, ma che mo’ ce fa pure latino? Nun glie bastava insegna’ italiano?”
Qualcuno sorrise. Marcello tornò verso la cattedra. “Emilia, cara Emilia, tu sai bene che in altre sezioni insegno anche latino. Qui invece, solo italiano. Ti dispiace? Non ti piacerebbe vedermi più spesso? Vedere più spesso la mia faccia?” Si fece un po’ rosso nel dire questo e non si voltò, vergognandosi della sua faccia.
“Come no?” disse Emilia “Sarebbe un onore!” E rise, insieme agli altri.
“Bene,” disse Marcello e si voltò “ora che abbiamo assodato la nostra simpatia reciproca possiamo cominciare la lezione.”




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Ossessione8

ossessione 6/9/2005

Il nostro personaggio riflette sulla solitudine. Come sempre, il link per leggere delle avventure dell'ossessionato, cliccare qui.
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“No… non sono perfetto,” pensava, “ed è per questo che l’imperfezione altrui mi dà noia. Ho abbastanza da fare con la mia imperfezione. Ci lavorino gli altri sulla loro…”
Si annega in se stessi quando si ha troppo tempo per pensare, pensare dentro di sé e allora si diventa come Kant. I filosofi puri sono tutti così elaborati, quasi incomprensibili nelle cose che dicono perché si chiudono nella torre d’avorio. Non fanno commercio delle loro idee con gli altri che le imbastardiscono, le annacquano. Ragionare con sé stessi è come distillare il pensiero, far passare le stesse idee attraverso gli stessi circuiti fino a che diventano cristalline e filtrate. La grappa del pensiero! Come la grappa è più forte del vino, anche il pensiero solitario è più forte del pensiero imbastardito dal commercio con gli uomini. La dialettica… ma quale dialettica? Socrate si preparava a dare tutte le risposte in solitudine e poi quando parlava coi discepoli li metteva in ginocchio, mostrava la sua superiorità, altro che dialettica…
Sono più intelligente di tutti quelli che conosco. Cioè credo di esserlo, e in un certo senso è vero perché ho più tempo di loro per pensare, per ponderare. Mi posso alzare a qualsiasi ora del giorno o della notte per scrivere, posso starmene in pausa catatonica per intere giornate a far scorrere un pulviscolo di idee tra i neuroni e non c’è nessuno che mi reclami alla tavola o al letto. Niente distrazioni. Posso dire quanti “no” voglio e più ne dico più sono libero, più sono intelligente. Più ho tempo per pensare.




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Ossessione7

ossessione 1/9/2005

[prosegue la saga del nostro eroe ossessionato. Per leggere tutta la vicenda, andare alla rubrica "ossessione"]
Non riusciva a togliersi la macchia dai pantaloni e si sforzò di non farci caso, di pensare ad altro. Si guardava intorno, leggiucchiava Leopardi… ma niente, l’occhio tornava sulla macchia. Persino quando non la guardava riusciva a vederla. Nel suo campo visivo la macchia troneggiava come un alone scuro, gli tingeva i margini dell’occhio, lo distraeva. Si era appena alzato per andarsene, esasperato, quando gli squillò il cellulare. Era Federica. Ancora! Ma non c’era un modo di bloccarele telefonate di Federica? Un modo perché a lei, e solo a lei, il suo cellulare risultasse spento, irraggiungibile. Non gli andava proprio di parlarle, specie dopo la cena insieme l’altra sera. Si era montata la testa, ecco sì, si era montata la testa. Adesso credeva che lui, solo perché l’aveva invitata in un momento in cui la solitudine era diventata troppo pesante, solo perché per pietà… ma chi stava prendendo in giro? Era per pietà di se stesso e non di lei che l’aveva chiamata, le aveva detto della pizzeria di cui aveva tanto sentito parlare e l’aveva invitata a uscire.
“Pronto? Sì… ah, scusa, non l’avevo sentito, tengo la suoneria bassa…”
“Ma sei per strada o in un museo?”
“Come? Ah, no, per strada, per strada. Non senti che casino?”
“E allora alzala la suoneria per strada, no?” disse lei e rise. Che rabbia quella risata cristallina, leggermente isterica, dai toni troppo acuti…
“Che fai?” chiese lei.
“Che faccio? Passeggio, no?”
“Ma rispondi a tutte le domande con delle domande?” e rise di nuovo.
“Scusa, non ti sento bene, sono entrato nei vicoli…”
“Non mi avevi detto che stavi passeggiando per Viterbo” e rideva rideva… Per poco non le attaccò il telefono in faccia. Si sentiva nervoso, si dovette fermare e appoggiarsi a un palazzo, sfregandosi furiosamente la macchia dei pantaloni.
“Allora ci vediamo domani a scuola?” concluse lei.
“Certo, domani.”
“Meno male che questo l’hai sentito bene, altrimenti non ci saremmo visti domani! Ciao…” riattaccò senza riuscire a trattenere le risa, come se qualcuno le stesse facendo il solletico.
“Ciao.” Lui riattaccò più volte, in preda a un raptus. Gli sembrava di aver subito un aggressione, di essere stato assalito e derubato e ora se ne stava immobile mentre l’aggressore si allontanava. Si guardò intorno, respirò e si diresse verso casa. Non le capiva proprio le donne. Che bisogno c’era di attaccarsi così velocemente? Mandi un piccolo segnale e ti saltano alla gola come animali feroci… Gli facevano passare la voglia di rivederle, di stare con loro, gli facevano persino paura. Tutte quelle risate, quei gridolini, quegli occhioni pieni di luci e speranze si spalancavano sulla sua vita e lo fagocitavano, lo inseguivano implorando, tenaci, insistenti… Era insopportabile. Faceva venire i brividi.
Camminando verso casa ripensò a sua madre che gli diceva sempre che lui era troppo esigente, doveva smetterla di cercare la donna perfetta ed adeguarsi all’imperfezione: la vita in due è tutta nell’incontro di due imperfezioni. Era forse perfetto lui?
“No… non sono perfetto,” pensava, “ed è per questo che l’imperfezione altrui mi dà noia. Ho abbastanza da fare con la mia imperfezione. Ci lavorino gli altri sulla loro…”




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Ossessione6

ossessione 28/8/2005

Vide una sua studentessa attraversare la piazza in una corsa sgangherata, inseguita da un ragazzo. Cecchi. Emilia. Emilia? Ah, sì: Emilia. Si faceva chiamare Barbara però perché odiava il nome Emilia e odiava lui, il professore che insisteva a chiamarla col nome da registro. C’erano due Cecchi nella classe, Roberto ed Emilia. Non erano nemmeno parenti, erano solo un curioso caso di omonimia in un liceo che raggruppava studenti che vivevano, più o meno, nello stesso quartiere. Due Cecchi di due famiglie completamente disgiunte, chissà quando, dall’antenato comune. Se pure ce n’era stato uno. Così lui li chiamava per nome, per non confondersi.
“Presso’,” diceva Emilia, “ma chi se confonde? Semo disciassette in classe,” strascicava sempre le velari del gruppo ‘ci’, “e lui è ’n secchione. Nun lo chiama mai alla lavagna. Chiama sempre a me. Come famo a sbagliacce?”
“Facciamo, Emilia, come facciamo a sbagliarci. Emilia è un bel nome, nobile. Barbara è un nome… barbaro.” Qualcuno sorrideva alla sua battuta, sempre la stessa. “E io so’ Barbara… che ’n c’o sa, presso’?” Alla battuta di Emilia invece tutti scoppiavano in una fragorosa risata.
Emilia portava i capelli corti dal lato destro della testa, rasati, e a caschetto al lato sinistro. Neri con due strisce rosa intenso. Anello al naso, anello al sopracciglio destro. Sembrava voler castigare quel lato del suo corpo, il lato controllato dall’emisfero sinistro, l’emisfero razionale. Il lato sinistro del volto, quello controllato dall’emisfero emotivo, era completamente coperto dai capelli e lui non credeva di averlo mai visto direttamente, in buona luce. Ma questa era quasi psicologia popolare, pensieri da casalinga frustrata. Marcello dovette censurarsi per la seconda volta quella mattina e sforzarsi di non comportarsi come un mediocre. Ben altro, ben altri erano i pensieri che doveva fare!
Osservò la ragazza correre tutta piegata da un lato, mentre mandava delle grida terribili, come se la stessero sgozzando. A lui parve che potesse inciampare e cadere da un momento all’altro sugli strascichi dei suoi pantaloni di quattro taglie più grandi. Sopra aveva una maglietta corta e sottile, che a malapena le copriva il seno. Il ragazzo che la inseguiva era vestito come lei, solo con una maglietta un po’ più lunga. I capelli rasati a mezzo cranio, proprio come lei, ma dal lato opposto. Quando la raggiunse, perché la raggiunse, il professore lo sapeva che l’avrebbe raggiunta, aspettava che la raggiungesse, la buttò a terra, vicino alla fontanella e i due si baciarono. Così, in mezzo a tutta la gente che passeggiava. Tra le biciclette e le coppiette, il banco dei fiori e la pozza d’acqua a terra. Lei poi lo spinse via con un grugnito e si rimise a correre, verso il bar dove lui era seduto. Lo vide e continuò a correre sorridendo fino al suo tavolo. Si fermò a un metro da lui e sbatté le mani, col fiatone, sul tavolino che traballò facendo schiumare un po’ del cappuccino sul piattino.
“A presso’, ma che ce fa qua? Che c’ha ’n appuntamento?” Intanto il ragazzo l’aveva raggiunta e stava in piedi dietro di lei, piegata in avanti a guardare il professore e a parlargli in faccia col fiato tanto grosso che a lui arrivava tutto il sapore della sua bocca, il sapore del bacio che aveva appena dato. Il ragazzo lo guardava fisso e posò le mani sui fianchi di lei.
“Stavo ripassando Leopardi.” disse Marcello e posò il libro sul tavolino, sulla mano di lei. Lei la ritrasse come fosse stata morsa da un serpente.
“Madonna, presso’! Ma lei ’n se schiarisce mai?” Disse lei e si mise a ridere tirandosi i capelli indietro. Marcello era calmo, si sentiva come quando era in classe: una steppa silenziosa nel petto, un fruscìo sommesso nella testa. Sorrise, appena.
“Vabbé presso’, io vado. È sempre bello vedesse così per caso, fuori de scuola, no? Mejo che vedesse a scuola!”
“Eh già,” annuì Marcello, “si acuisce il senso di comunità quando si incontra qualcuno fuori dai confini del proprio gruppo.”
Emilia si voltò a guardare il suo ragazzo. “Che t’avevo detto? Eh…?” Il ragazzo sorrise e i sue se ne andarono mano nella mano.
Che gli aveva detto Emilia di lui? La sua frase che mai aveva di particolare, che mai poteva essere di speciale per rappresentare tanto bene ciò che Emilia poteva aver detto al suo ragazzo? Marcello sollevò pensoso la tazza col cappuccino e bevve un sorso. Una goccia cadde dalla base che si era inzuppata con l’arrivo della ragazza e gli macchiò i pantaloni.




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Ossessione5

ossessione 20/8/2005

(Per vedere le puntate precedenti, cliccare qui)
Stava iniziando la primavera, niente di meglio per sedersi al suo bar preferito, accanto alla libreria che gli ricordava sempre la prima volta che aveva visto Fahrenheit 451 di Truffaut. Era andato a vederlo nel 1980 con una ragazza del suo corso all’università, Matilde. Lui credeva di essere innamorato di lei e, peggio ancora, credeva che lei fosse innamorata di lui. O insomma, così gli era parso. Era stata lei del resto a chiedergli di andare al cinema e quando l’aveva vista, con la gonna lunga e ampia, i capelli sciolti come una zingara aveva pensato: è così allora che succede, è così che si riconosce che piacciamo a qualcuno. Glielo vedeva addosso, nei vestiti, nei capelli, nell’ombretto azzurro che aveva messo. Rimase poi perplesso quando non gli permise di pagare il biglietto anche per lei e quando lo salutò dandogli la mano, proprio davanti al portone. L’aveva riaccompagnata a casa e a ogni passo si chiedeva se non avesse dovuto starle più vicino, non so, sfiorarle il braccio accidentalmente. Lei parlava, parlava e lui ascoltava meccanicamente, più interessato al suo tono di voce che alle sue parole. Non ci aveva capito quasi niente del film, lui, perché per tutta la proiezione aveva sbirciato il volto di lei contorcendo le pupille fino a stare male. Non voleva farle notare che la stava guardando e riusciva solo a intravedere il suo profilo illuminato dalle luci nette, rosse e giallastre del film. La ragazza sullo schermo recitava impassibile e sembrava la gemella di Matilde. Incomprensibile, impenetrabile.
Dopo averla accompagnata a casa se ne andò un po’ in giro, ripensando alla serata, chiedendosi se non avesse sbagliato qualcosa. Risentiva il palmo della mano di lei nella sua quando si erano salutati e gli era sembrato duro, piatto, senza quelle montagne e quelle vallate che tutti hanno nelle proprie mani. Lei aveva velocemente ritirato la mano dalla sua, senza lasciare che le loro dita si toccassero e sui polpastrelli di lui era rimasta solo la sensazione del contatto col dorso duro e ossuto della mano di lei, bianco e un po’ freddo.
Rimase a letto una settimana, si era preso l’influenza e quando tornò a lezione la vide che rideva con un altro ragazzo e gli passava la mano sulla guancia, in una lunghissima, interminabile carezza. Istintivamente si toccò la guancia e dovette constatare che lui non aveva il ricordo della mano di Matilde addosso. Qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma cosa?
Fu quella per lui la prima vera delusione d’amore e, sebbene lui non fosse veramente innamorato di lei, la delusione stava nell’essersi sbagliato, nell’aver immaginato che lei fosse innamorata di lui. Si vergognava come un ladro a ripensarsi come un idiota che passa una serata a scrutare il volto di una ragazza credendo che lei abbia dei sentimenti per lui per poi scoprire che quell’impassibilità era invece assenza d’amore. E si vergognava al ricordo dell’impercettibile movimento che le sue dita avevano fatto quando si erano stretti la mano, un movimento verso il braccio di lei, l’inizio del polso. Probabilmente lei non se ne era nemmeno accorta, ma lui lo sapeva di aver fatto quel gesto e ora se ne vergognava di fronte al tribunale della sua intelligenza. Un idiota che non era in grado di decifrare i segnali che le donne gli mandavano.
Dopo quella delusione ce ne furono altre perché man mano che cresceva sembrava sempre più incapace di decifrare i sentimenti delle donne con cui usciva e per questo si asteneva da averne lui stesso di sentimenti. Era come se avesse bisogno di sapere che lo amassero per potersi innamorare. E non gli sembrava mai che le donne lo amassero veramente. Anche quelle che glielo avevano detto, anche quelle che avevano pianto davanti a lui, tenendo gli occhi sgranati e rossi proprio a un palmo dalla sua faccia, senza dire una parola.



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Ossessione4

ossessione 16/8/2005

Anche stavolta sollevò il contenitore ma vide riflessa nello specchio un’ombra passare sulla tenda e si sorprese a specchiarsi. Non si era mai visto per caso in quella stanza, si era sempre riflesso intenzionalmente e quell’inaspettata immagine di sé lo lasciò imbambolato. Teneva le spalle un po’ ricurve perché si era abbassato a guardare la cucitura e la giacca abbottonata gli faceva un grande bozzo all’altezza dell’addome. Visto nello scorcio dall’alto in basso notò che si stava stempiando più di quanto non credesse e la fronte era tutta attraversata da profonde righe per via delle sopracciglia tutte inarcate nel guardare se stesso. Degli occhi vedeva solo la pupilla scura e grande e il naso copriva quasi completamente i baffi. Si trovò mostruoso.
Posò subito il contenitore, senza nemmeno fare caso a dove lo stesse mettendo e cominciò a stirarsi la giacca verso il basso per eliminare le pieghe. Allungò la mano per prendere la spazzola e notò la ricucitura. Per la prima volta la vedeva così com’era: un grumo di fili in mezzo a un vecchio centrino sbiadito. Si guardò di nuovo allo specchio. “Ma che sono diventato, una vecchia zitella?” disse al suo riflesso, mettendosi impercettibilmente in posa. Aggiustò lo sguardo, inarcò un solo sopracciglio e poi, senza pensarci, tolse il centrino. Così, con uno strattone. Non gli era mai riuscito il gioco di prestigio di togliere le tovaglie senza spostare gli oggetti che sono posati sopra, ma stavolta tutto andò a meraviglia. Solo il pettine per i baffi sobbalzò e sbatté contro il vetro, ma per il resto, niente. Perfetto. Guardò il comò. Stava bene così, anzi meglio.
Piegò il centrino e lo mise nel cassetto della cucina. Prese Leopardi, le chiavi e uscì.




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Ossessione3

ossessione 16/8/2005

Finalmente domenica! Si svegliava sempre allegro di domenica, si faceva la doccia e andava a fare colazione a Campo dei Fiori. Durante la settimana si faceva la doccia la sera, una vecchia abitudine che gli aveva dato sua madre. “Si deve dormire con tutti i pori aperti e puliti. Aaaah. Respira. Lo senti come si sta meglio così sotto le lenzuola?” e gli rimboccava le coperte. Lo faceva sempre e sempre gli diceva quella frase. Gioiva a sentire lei stessa quelle parole e si sentiva lei stessa pulita perché anche il figlio lo era.
Ma la domenica, eh, la domenica è tutt’un'altra cosa. La domenica si porta se stessi a spasso, ci si mostra. Si mira e si è mirati, come diceva Leopardi. "Già, Leopardi" pensò mentre era sotto la doccia. Oggi si sarebbe portato Leopardi al bar, tanto più che doveva preparare la lezione del lunedì. Non vedeva l’ora di cominciare Leopardi: il suo poeta, anzi di più, l’uomo che cantava con la sua voce. A Marcello sembrava che Leopardi fosse la cassa di risonanza delle sue deboli corde vocali. “Più lievi e delicate, ma fatte della stessa materia” si disse e si pettinò contento i baffi allo specchio. Aveva un pettine apposito per pettinarsi i baffi e lo teneva sul comò accanto alla spazzola col manico d’argento per i vestiti (eredità della nonna), il pettine per i capelli e il contenitore per fazzoletti. Di quelli che si tirano su uno a uno. Il tutto  poggiava su un centrino (eredità anch’esso) che aveva una ricucitura al centro e lui si curava ogni volta di metterci il contenitore proprio sopra, perché non si vedesse. Aveva anche la strana abitudine di sollevare il contenitore, se era già sopra la ricucitura, per controllare che quella ci fosse sempre. Innocua conferma quotidiana che gli dava quel tanto di pace per cominciare la giornata.



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Ossessione2

ossessione 16/8/2005

Visto lo strepitoso successo della prima parte del racconto pubblicata piu' sotto (praticamente non se l'e' filata nessuno) mi sono lasciata convincere a metterne qui un altro pezzo.
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Entrò in bagno e batté la mano sul muro. Non era certo quello che avrebbe voluto, uscire con la collega di biologia, single da poco, con una gran voglia d’avventure.
Si guardò allo specchio. Quarantaquattro anni, come i gatti. Gli venne da sorridere e notò tutte le rughe intorno agli occhi. Si fece serio.
“Troppi?” disse allo specchio, cercando di avere un’aria naturale. Si trovò repellente. Voltò la faccia verso le mattonelle e rimase un attimo a respirare dalle narici lontano dalle luci sullo specchio. 
“Naturale, devi essere naturale. Quando sei naturale, puoi anche avere mille rughe e vai sempre bene, lo sai…” Sollevò lo sguardo sulle mattonelle bianche e si vide smerigliato sulla superficie irregolare davanti a sé. Increspature come nell’acqua, quel tanto di sfocato e quel tanto di riverbero che poteva far pensare a un lago, un fiume… una superficie d’acqua. Le rughe, le imperfezioni, tutto spariva. Solo i suoi occhi neri, le sopracciglia aggrottate e quel tanto di baffetti che teneva sopra il labbro si vedevano. Sorrise, compiaciuto e quasi cattivo a quell’immagine triangolare di se stesso, quella prospettiva laccata e irregolare della mattonella.
Mise le mani nell’acqua tanto per giustificare a se stesso che era stato in bagno e uscì. Camminando per i tavoli si sentiva forte, uomo, alto e potente. Una roccia, un gigante. I polmoni sembravano essersi allargati, ogni ventricolo sembrava trasportare il sangue più efficentemente. Tutto scorreva nel suo corpo. Sentiva le gambe, a ogni passo. Una gamba, poi l’altra, come al rallentatore. Non era nemmeno concepibile che lui potesse inciampare su una sedia, che potesse fare un gesto goffo al passare del cameriere. Lui era un essere umano, lo sentiva: era vivo. Voltò il capo e sorrise alla signora che si aggiustava il rossetto mentre il marito si infilava un’enorme forchettata in bocca. La signora rimase a guardarlo passare col rossetto sollevato e le labbra scostate, un po’ storte, in una posizione buffa. Lui sentì il suo stesso sorriso che gli si stendeva sulla pelle del volto e tornò a guardare davanti a sé pensando “Sono più bello di lei.”
Si avvicinò al tavolo in cui la sua collega lo stava aspettando con tutto il fascino di un uomo che sa di poter rifiutare la donna che ha di fronte.
“Ho preso anche delle mozzarelline!” disse Federica abbassando lo sguardo a guardargli le gambe, giù fino ai piedi. Istintivamente anche lui si piegò a guardarsi le scarpe, come se ci fosse qualcosa che non andava e per poco non distruggeva l’effetto benefico dello specchiarsi nella mattonella con un’improvvisa insicurezza.
Ma no, tutto andava bene. Le scarpe non avevano problemi, lui era forte, perfetto. Si sedette. E subito non aveva niente da dire. La guardò e si accese una sigaretta. Si voltò a guardare dove si trovasse il cameriere.
“Ma è venuto proprio lui, il cameriere?”
“Ah… ma davvero la tua è un’ossessione!”
“Mi sembra di averlo già ammesso prima.” Disse lui e si sentì un dio mentre si voltava lasciando cadere con noncuranza la cenere a terra. Quella notte, lo sentiva, avrebbe dormito bene.




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Ossessione

ossessione 14/8/2005

“Potrebbe essere un’ossessione, si. Era questo che volevi sentire?”
Disse, e si accese una sigaretta. Federica rise. “Sì, rea proprio questo.”
Marcello sbuffò. “Ora che mi hai psicanalizzato, possiamo ordinare?”
“Io so già quello che voglio” disse Federica e gli prese la sigaretta dalle dita e se la mise tra le labbra. Socchiuse gli occhi dietro la linea di fumo e fece una faccia beffarda da film d’altri tempi.
“Se solo il cameriere stesse meno dietro alla ragazzetta in minigonna al tavolo in fondo…” disse Marcello, e nel dirlo fece un gesto secco, a tutto braccio, verso il cameriere giovane, con la testa che brillava di gelatina che se ne stava con la mano contro la parete e il gomito poggiato sul tavolo in fondo. Due ragazze bionde ridevano con la testa all’indietro alle sue parole.
“Devi smettere di notare sempre tutto” disse Federica e posò la sigaretta sul posacenere. “Non è carino essere sempre così attenti. Metti noi mortali in difficoltà.” E si avvicinò col viso a un palmo dal suo.
“E dài, non scherzare sempre!” disse lui e si scostò indietro, posando la schiena sullo schienale della sedia impagliata, prendendo meccanicamente la sigaretta tra le dita. Poi la posò di nuovo e fece per alzarsi.
“Dove vai?” chiese lei.
“Chiedo dov’è il bagno e intanto ricordo al cameriere che ancora non abbiamo ordinato.” Fece un passo ma lei lo tirò per la giacca. “E se viene a prendere l’ordinazione cosa gli dico?”
“Per me” cominciò a dire lui, ma lei lo prevenì “…una margherita, lo so. Come sempre.”
“Sì, come sempre.” Rispose lui e senza fare una grinza si diresse verso il cameriere.



permalink | inviato da il 14/8/2005 alle 21:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa