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Barriere linguistiche

conservazione di conversazione 20/9/2007

Viaggio in taxi da Larnaka a Cipro. Quello che mi ha raccontato il tassista in cipriota suonava al mio orecchio più o meno così:

“La donna. ‘Non ho lavoro’, la donna. E poi la porto a Pafos. ‘Non ho più lavoro.’ Arriviamo. Il mio amico mi dice: ‘Ti do venti pound. Venti pound. A volte trenta o dieci. Ma tu devi fare prima il viaggio.’
È un amico, gli amici sono la prima cosa perché io dico sempre sì.
Poi la donna scende. ‘Non ho lavoro.’ Io non chiedo soldi. Non ho chiesto soldi. ‘Non ho lavoro’ ed è stato bello vedere il suo sorriso, niente lavoro allora non voglio soldi anche se poi io sono tornato a Nicosia e il mio amico: ‘Aspetta una settimana’. Ma io ancora non ho i soldi. Guarda il mio libretto di banca [apre il cassetto del cruscotto e mi porge il libretto], lei l’ho portata in banca. 1200 pound ho preso, mia madre non lo sa. Guarda. E io non avevo neanche i soldi del mio amico non si fa così perché io ho sempre detto sì. Ma le donne, le donne, i soldi e gli amici. E almeno dieci pound me li dà il mio amico? Non ho più chiamato ma la donna non mi ha poi risposto al telefono. Non so la strada, prima era da un’altra parte. Ma io non lo chiamo più il mio amico. Se lo incontro, certo anche la donna però prima mi aveva detto sì e aveva chiesto come sta mia madre. Bisogna stare attenti, ma io gli amici prima di tutto e lo saluto se lo vedo ma non chiedo i soldi.
Gli amici, ma io dico sempre sì.”




permalink | inviato da nefeli il 20/9/2007 alle 8:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

Recensiscimi tutta 2

conservazione di conversazione 8/10/2005

Ah, George, George... in quanti modi ci fai sognare! Col tuo mento quadrato, con le tue camicette bianche sempre di taglio impeccabile, con lo sguardo furbetto e il sorriso traditore...
In "Good night and good luck" e' il produttore di un giornalista coraggioso che si oppone al temibile senatore MacCarthy. Ingolfato in giaccone sgraziate e nascosto dietro ad occhialoni che riflettono tutta la scena davanti a lui, ma nascondono lo sguardo, George Clooney, davanti e dietro la macchina da presa traccia la sua poetica del controcanto.
Tutto nel film e' un controcanto. Murrow e' un giornalista che canta fuori dal coro. Evidentemente il consenso al governo e a tutte le attivita', compresa la commissione MacCarthy, era vastissimo. Ma Murrow e' un giornalista coraggioso e, ancor piu' coraggioso di lui, se mi e' concesso, e' il suo produttore e il direttore di rete. Dopotutto sono loro che, proprio perche' non controllano direttamente l'operato del giornalista in questione, si devono preoccupare di piu'. E' come essere nella truppa di un eroe. L'eroe, certo, va a compiere le sue azioni pericolose e a volte suicide. Ma e' lui a compierle, lui a controllarle, lui a tenere il polso della situazione. Se sei nella sua truppa, hai meno controllo dell'eroe. E devi temere di piu'. La cosa piu' notevole di questo film non e' il ritratto di un giornalista kamikaze, ma di un'intera rete che lo lascia fare.
George, il regista, sceneggiatore e propagandista di questo eroe moderno, si inginocchia, letteralmente, di fronte a lui e, in controcanto, assume una posizione di sudditanza rispetto al soggetto trattato. Lo lascia parlare, gli lascia le pause, gli errori, gli sguardi nel vuoto.
Un altro elemento di controcanto e' la scelta degli attori. Hollywood, si sa, e' il regno del "type-casting". A un attore cioe' viene sempre data lo stesso tipo di parte. Avete presente Robert Downey, Jr.? E' un attore noto negli Stati Uniti soprattutto perche' alcolizzato e scombinato. Passa piu' dentro in prigione per ubriachezza e detenzione di droga che sui set. Faceva parte della famosa serie "Ally McBeal", ma hanno dovuto farlo "partire" prematuramente perche' era stato di nuovo arrestato e condannato a due anni. Ormai lo si vede solo in film in cui fa il debosciato. Qui invece e' un uomo sposato segretamente una donna bruttina, chiaramente di svariati anni piu' grande di lui. Nobile, equilibrato, coraggioso.
Oppure Jeff Daniels, di solito il genio incompreso che, sebbene poco sveglio rappresenta la potenzialita' artistica eversiva in ognuno di noi (si ricordi per esempio lo straordinario personaggio in "Pleasantville"), qui e' un manager di medio livello della rete che, sebbene sensibile, e' l'unico leggermente ottuso che minaccia gli sposini di cui sopra di licenziamento.
Chiudo la rassegna del casting controcorrente con un'attrice molto non-protagonista. Non ne ricordo il nome ma negli Stati Uniti e' molto nota perche' e' un personaggio fisso del Saturday Night Live. Il suo personaggio piu' notevole li' e' una donna di origine cinese che parla male l'inglese e sa dire solo "He... look like a man". Si trova sempre in situazioni grottesche in cui, per esempio, deve descrivere un killer alla polizia e insiste nel dire, solamente, "Lui... somiglia a un uomo." Qui invece e' una segretaria che partecipa attivamente all'azione coraggiosa della redazione.
Agli statunitensi questi casi di "miscasting" non sfuggono di certo e ve li segnalo per darvi un motivo in piu' per apprezzare questo film-documentario tanto vicino a noi. Una sorta di messaggio alla stampa: liberatevi dagli stereotipi e attaccate gli uomini al potere.



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aspettare e aspettarsi

conservazione di conversazione 14/8/2005

Per la rubrica dei miei calembour (che spesso non son altro che giochini piu' o meno ingenui) oggi propongo una traslitterazione non morfologica ma di senso. Alcuni verbi, si sa, cambiano di significato nella forma riflessiva. Prendete il verbo aspettare, per esempio.
Io, tanto per dire, ho aspettato una vita alle fermate degli autobus, ai crocevia stretti stipandomi contro le pareti insieme ad altri passanti-topolini, tacchettando sui sampietrini verso un appuntamento, eppure non mi aspettavo che Roma potesse essere cosi' come l'ho vista stasera. Forse perche' stasera l'ho percorsa aspettandomi qualcosa, ma senza aspettare. Ero in compagnia di un cavaliere dallo sguardo arguto e dalle gambe timide, un po' nervose, dalle labbra sincere, che a volte s'uncinano verso l'alto in un quasi impercettibile strizzata d'occhio. Inaspettata. Dal passo veloce e lo sguardo fisso a una meta per me ignota, mi ha trascinato per vie piu' o meno conosciute che pero' sembravano tutte vergini al mio sguardo. Senza pause. Non c'e' mai stata attesa.
Si e' placato solo quando siamo arrivati in un luogo che e' l'apoteosi dell'attesa; una terrazza immobile dove non si puo' fare che aspettare, senza aspettarsi nulla. Perche' nessun occhio ti puo' vedere lassu', nessun rumore ti puo' raggiungere. La terrazza e' tutta percorsa da grate alte che razionalizzano un cielo senza espressione, a decorazione proletaria di un altare altrimenti aristocratico.
Gliel'ho fatto notare e lui, questa notazione, non se l'aspettava.
Me ne sono tornata fiera, almeno, di avergli regalato un riflessivo invece di un verbo attivo. Di questi tempi non e' poco.



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conversazioni da spiaggia

conservazione di conversazione 12/8/2005

Sarà forse il frastuono delle onde, quell'increstaprsi insensato e costante, strumento della volontà  del vento e delle capacità dei fondali, a costringere gli uomini sdraiati in riva al mare a dire solo sciocchezze, a esprimere banalità adamantine a voce alta. Notazioni di impossibile imbecillità che risuonano con fragore di plausi ed ovazioni, offerte votive all’altare della spuma e dello spruzzo contro lo scoglio.
“A te, o mare infinito, la constatazione che il tempo, quando ci si annoia, non passa mai.”
“Accetta, o sponda increspata, questo dono: chi resta solo troppo a lungo, poi fa cattivi pensieri.”
E su quest’altare si sacrificano con dedizione, nel rito distratto di ogni estate, i pensieri e le opinioni, il gusto di capire e di scoprire ogni volta che il mondo può essere imprevedibile.
SCIAF! Un’altra ondata. Come la precedente. Uguale.
Non è vero che non ci si bagna due volte nella stessa acqua. L’acqua che scorre è sempre uguale a se stessa. E che le singole particelle cambino non ha alcuna importanza perché il mare si comporta sempre allo stesso modo.
SCIAF.



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Conservare le conversazioni

conservazione di conversazione 12/8/2005

Tornata dal mare, inauguro una nuova rubrica: conservazione di conversazione.
Per anni mi sono divertita a sorprendermi mentre costruivo anafore strane, calembour involontari. Per esempio, ogni volta che leggo “Zona militare. Limite invalicabile” lo tramuto inconsapevolmente in “Zona limitare, milite invalicabile”. Mi ha sempre divertito che lo spostamento di una sola consonante possa produrre parole diverse pur mantenendo il senso della frase. E anzi: la frase sembra acquistare in umorismo, che è quasi sempre indice di profondità.
In questi ultimi giorni, sotto il solo impietoso, spalmata sulle rocce di Procida mi trastullavo col nuovo giochino verbale: conservare la conversazione. Non sempre il calembour è una bella cosa, anzi nasconde le insidie dello spirito di patata. Eppure in questo caso mi sembrava pregnante e ho deciso di conservare l’inconservabile: le conversazioni. La vulnerabilità della parola detta, proverbialmente si palesa di fronte alla roccaforte della memoria. Ma ecco per voi la memoria, per ora, di una conversazione che mi ha rivelato un punto profondo e dolente della vita italiana.
Una giovane signora molto carina, da poco ex ragazza da urlo, ovvero ex biondina seducente da spiagga per via di uno spropositato pancione che ospita due gemelli, durante una cena mi dice: “E vabbe’, ho capito che c’entrano gli extracomunitari con il razzismo… certo… però uno si fa girare le palle a ospitare tutti questi albanesi e rumeni che vengono nel nostro paese per stuprare e ammazzare!”
Non chiedo una campagna d’informazione per spiegare agli italiani i vantaggi che ci vengono dall’ingresso di tanti stranieri; tantomeno chiedo che venga spiagato, fin dalle scuole dell’obbligo, quanta ricchezza porti a una società la diversità culturale. Sarebbe assurdo, velleitario. Tuttavia mi è venuta un’idea proprio quando la ex-bellona ha risposto alla mia debole protesta (che le ricordava che anche la nostra mafia ha ucciso innocenti italiani nella via del suo arricchimento) ha risposto: “Ma si ammazzano solo tra di loro i mafiosi! A me e alla mia famiglia non hanno mai fatto niente…”
Non mi sono nemmeno sognata di farle presente che né albanesi né rumeni le avevano fatto personalmente niente. Invece, invocherei una campagna d’informazione statistica che faccia sapere agli italiani quanti siano gli omicidi compiuti da singoli italiani per ubriachezza alla guida, per follia omicida, per impazzimento passionale o quante siano le vittime innocenti del crimine organizzato in confronto alle vittime di omicidi compiuti da “stranieri”.
So che l’informazione è potere ed è uno strumento politico potente e dunque non mi stupisco che tali informazioni non vengano mai messe a disposizione delle campagne elettorali. Ma sarebbe bello. Oh, sì.




permalink | inviato da il 12/8/2005 alle 19:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa