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nefeli

tempi moderni

paura dei moderni 5/11/2008

Alzare gli occhi da terra è pena quotidiana
di un mondo distorto, curvi gli uomini a proteggersi dalla paura,
costretti da un grido o dal riverbero impunito del sole.
Terrazzi dietro inferriate alte asciugano i panni al vento,
e proteggono bambini e suicidi dalla caduta.
Dal calore delle strade sorge due volte l’uomo,
curvo d’età e di perduti pensieri,
che tornano a vibrare a ogni mano tesa.
Venditore moderno di speranze,
invita a credere al sogno che gli è proibito.
Nulla cancella la striscia di fari che tornano ostinati,
perché in quegli occhi brilla la fiamma di un focolare.
Poi niente. Un addio misericordioso a chi non sa.
Nessuno sa dire da quale altura scendano i nemici ogni sera,
pasto notturno di un ottuso silenzio e poi lo strapiombo,
in un attimo il mondo si spegne e la vita accoglie il sonno
per ripetere ogni volta l’inferno dell’esistere.




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poesia

paura dei moderni 27/10/2008

Al silenziatore, tra le pantere lucide anche al buio.

Passa il ricordo di un volto dentro gli occhi, poi si fa notte

Prima che avessimo il tempo ai aspettarla. 

Muto margine senza i colori del vero e del giusto,

Ma solo il sibilo lontano di qualche pianura 

e il passare circospetto dei motori

controvoglia, sempre di ritorno da un altrove.

La strada liscia e le curve inventate 

perché il viaggio non sia noioso

Illuminano a scadenze irragionevoli le finiture taglienti

Della scrivania, della lampada spenta ore fa, dei libri mai letti.




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EMINEM

paura dei moderni 14/7/2008

Per chi non avesse mai sentito una canzone di Eminem o, molto più probabilmente, non ne avesse colto il significato, vi presento qui la traduzione di una delle sue liriche più importanti

WHITE AMERICA
Vorrei che si tenesse conto del fatto che non sono riuscita nell'arduo compito di restituire le raffinatezze vocali, ritmiche e melodiche della canzone. Ascoltandola, vi renderete conto che usa la voce spesso come una sorta di strumento, cioè mettendo delle parole l'una accanto all'altra perché diano un effetto sonoro da ipnosi.

Clicca qui per sentire la canzone (live, abridged)

Clicca qui per sentirla tutta


AMERICA DEI BIANCHI


America! Ahahahah! Ti amiamo!
Quante persone sono orgogliose di essere cittadini di questa nostra bella nazione?
Le strisce e le stelle per i diritti che tanti uomini sono morti per proteggere
donne e uomini che si sono rotti l’osso del collo per la libertà di parola
che il governo degli Stati Uniti ha giurato di mantenere
...almeno così ci è stato detto.


Non mi sarei mai sognato che avrei visto
così tante persone, cazzo, che sentono come me
che condividono gli stessi punti di vista e proprio le stesse cose in cui credo
cazzo, sembra proprio un esercito che marcia  dietro di me.
Ho toccato così tante vite, tanta rabbia che non punta
a un bersaglio preciso, e che vomitano ovunque 
e passano direttamente per le vostre radio, si ripetono e si ripetono
fino a che rimangono imprigionate nelle vostre teste per giorni e giorni.
Che l’avrebbe mai pensato che mentre ero in preda alla disperazione e mi schiarivo i capelli
con dell’acqua ossigenata, afferrando una maglietta da mettermi
sarei stato catapultato all’avanguardia del rap in questo modo?
Come avrei potuto predire che le mie parole avrebbero avuto un tale impatto?
Devo aver toccato un punto dolente di qualcuno al potere
perché il Congresso [degli USA] continua a ripetere che non faccio altro che causare problemi
E adesso mi dicono che sono nei guai col governo – che goduria!
Ho spalato merda tutta la vita e ora la sto scaricando sull’America dei bianchi:
potrei essere uno dei vostri figli.
Ame3rica dei bianchi: la giovane Erica mi somiglia proprio.
America dei bianchi: A Erica piace la mia roba.
Vado a TRL[1], guarda in quanti mi abbracciano!



Guardami negli occhi, azzurro chiaro, da bambino come i tuoi
se fossero stati scuri Shady[2]  avrebbe perso, Shady sarebbe stato messo su uno scaffale
Ma Shady è carino, Shady lo sapeva che le sue fossette lo avrebbero aiutato
Avrebbero fatto impazzire (ooooh amore mio!) Guarda quanto vendo
e facciamo due conti – se fossi stato nero avrei venduto la metà
non mi devo mica diplomare al liceo Lincoln per saperlo
Ma so fare bene il rap, quindi fanculo alla scuola (Springsteen) sono ormai troppo fico per tornare indietro
Dammi un microfono e dimmi dove sta ’sto cazzo di studio di registrazione.
Quando ero una nullità non gliene fregava a nessuno che ero bianco
nessuna casa discografica mi scritturava, avevo quasi rinunciato – pensavo
andate a farvi fottere – fino a che ho incontrato Dre[3], l’unico che ha guardato oltre.
Mi ha dato una possibilità e gli ho incendiato il culo[4]
L’ho aiutato a tornare in cima alle classifiche, ogni fan nero che ho
veniva probabiilmente da lui in cambio di ogni fan bianco che ha acquistato.
Tipo, porca miseria, ce li siamo scambiati – e a ripensarci adesso, wow
penso che forse la mia pelle sta cominciando ad aiutarmi?

Dovete capire che il proble sta nel fatto che parlo ai ragazzi borghesi
che altrimenti non saprebbero nemmeno che queste parole esistono
alle cui madri probabilmente non gliene fregava un cazzo di me
fino a che ho fatto nascere tanto fottutissimo casino!
Sparato dal tubo catodico sono arrivato dritto dritto nei vostri salotti
E i ragazzi non ci potevano credere che il mio produttore era Dre.
E’ bastato questo per catturarli immediatamente
E entrarono in sintonia anche con me perché gli somigliavo.
Ecco perché hanno passato i miei testi al microscopio
cercando il pelo nell’uovo, è come una corda
che aspetta di strangolarti, che si stringe attorno al mio collo
e loro mi guardano mentre scrivo queste parole, come se a me ne importasse qualcosa (No!)
Sento solo dire: versi, versi, controversia costante, sponsor che lavorano 24 ore su 24 per cercare di impedire al più presto che canti a ognuno dei miei concerti, e certo
l’Hip-Hop non è mai stato un problema a Harlem, solo a Boston
dopo che ha dato fastidio ai padri di ragazzine che cominciavano a sbocciare
così adesso mi fanno pubblicità gli attivisti che mi fanno il pelo e il contropelo
come se io fossi stato il primo rapper a prendere a schiaffi una stronza o a dire frocio, merda!
Guarda solo come se fossi il tuo migliore amico
il rappresentante, un cazzo di portavoce di questa

America dei bianchi!


E dunque per i genitori d’America
sono un fucile a canne mozze puntato verso la piccola Erica, per distruggerne il carattere
come fossi il capobanda di questo circo di pedoni sgangherati
mandato a guidare la marcia fino alle porte del Congresso
e a pisciare sui prati della Casa Bianca
a bruciare la bandiera e sostituirla con uno striscione che ammonisce i genitori di minorenni
a sputare alcolici in faccia a questa democrazia ipocrati
Fanculo signora Cheney! Fanculo Tipper Gore!
Fanculo con la massima libertà di parola.
che questi Stati Divisi Imbrarazzanti mi permettono di avere.
Fottetevi!


1. TRL Total Request Live, una trasmissione che dà la possibilità ai cantanti di incontrare i propri fan (naturalmente, maggiore il numero dei fan, maggiore lo status del musicista)

2. Slim Shady (più o meno vuol dire magro ombroso) è il soprannome di Eminem

3. Doctor Dre è il più famoso produttore di musica Rap. Prima di Eminem non aveva mai scritturato un bianco.

4. Modo di dire che indica far emozionare molto qualcuno grazie a uno strepitoso successo.



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Tatuaggio globale

paura dei moderni 15/4/2008

Oggi il tassista che mi ha portata a casa è rimasto molto colpito dalla foto di Man Ray che ho affisso sulla mia porta di casa.

"Ah," mi dice, "lei fa tatuaggi?"



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psicoanalisi perduta

paura dei moderni 23/1/2008

Non riesco ad accettare le vestigia del passato, nascoste in cassetti,
accumulate in cumuli nascosti e sincopate nel loro apparirmi innanzi,
sole e luna di un tempo che non esiste né mai finor giammai è esistito.
Mi travesto di nuovo, come vuole il mio tempo, e recito versi ad alta voce,
che mi sentano, anche da lontano, anche senza udito. Non posso
superare lo scoglio del ricordo ed è questo malessere, malore,
piaga curabile in questa mia epoca dolce, di sonni e pastiglie,
gratitudine ebete del farmacopatico al farmacista.
Rimango al margine di un foglio con il timbro e la firma di uno specialista.
Non riesco a riconoscere la mia aria vuota nei numeri e nomi
stilati sul foglio. E guardo e annuisco: almeno il dottore
mi desse un cenno di comprensione. Il dentista non ha mai avuto carie
e il mio terapista non ha mai vissuto gli abissi. Si aprano allora le oscene cateratte
di questo mio oblìo, si chiuda quel tempo che appare nel monitor
di un pulsante cronometro e si dica “fine” accanto ai vocativi,
la richiesta patetica di esperienza altrui nel mondo solitario.



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Aprite bene le orecchie

paura dei moderni 5/11/2007

Da quando Steven Spielberg ha operato quella piccola rivoluzione nei film di guerra concentrando l'impatto emotivo dello sbarco in Normandia non nelle immagini ma sui suoni, film e telefilm hanno utilizzato in modo indiscriminato e spesso ingenuo questo innegabile colpo di stile.
C'è un telefilm in particolare, prodotto dai chiassosi fratelli Scott, che fa un tale uso di questa scorciatoia emotiva che si può ben dire che stiano cercando di influenzare il pubblico in modo subliminale. In "Numb3rs" l'intervento di rumori di disturbo è forse l'unica costante strutturale, insieme a uno spregiudicato uso di effetti speciali nel passare da una scena all'altra. Per creare tensione, comunicare incertezza, tenere, in sostanza, lo spettatore in uno stato di continua all'erta, i telefoni squillano continuamente nel sottofondo sonoro della centrale dell'FBI; durante inseguimenti o interrogatori particolarmente tesi, ecco che squillano dei trilli singoli, come di sirena interrotta o di imput elettronico che distraggono e infastidiscono.
Lo scopo è di ingrassare una serie che poggia su tematiche e svolgimenti di sceneggiatura sicuramente vecchi di un decennio con trucchi che facciano percepire qualcosa di nuovo - e allarmante.
Sono trucchi, fuochi fatui, linguaggio da specialisti della comunicazione, non da artisti.



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L'Italia sta morendo

paura dei moderni 3/10/2007

L'Italia sta morendo. E' in totale decadimento  perché le uniche battaglie che vi si conducono sono di tipo sindacale o genericamente morale. Quando si portano avanti battaglie di stampo generico - più giustizia, meno prigioni, più solidarietà, meno corruzione - si rischia di annichilire, e non di favorire, il pensiero critico di una nazione. E' un dato acquisito dalla nostra cultura che gli oppressi vadano liberati, che le sproporzioni sociali smussate, la possibilità di esprimersi allargata il più possibile a tutti; ma i cortei che manifestano oggi non possono essere assimilati a quelli che sfilavano per Parigi nel 1789 perché gli uomini e le donne che vi partecipano non sono gli stessi. Oggi parlare di "libertà" o di "uguaglianza" necessita di spiegazioni e specificazioni. Il concetto stesso di "fratellanza", oggi non a caso sostituito da quello meno impegnativo di "solidarietà", ha riverberi e ramificazioni filosofiche che un tempo venivano taciute negli slogan. Oggi non può, non deve essere così. L'insistenza dei mezzi di informazione e dei canali di distribuzione del consenso su questioni generiche, senza alcun approfondimento o diversificazione ideale e ideologica, ci costringe a dar voce al disagio di questa modernità solo in modi perentori, imprecisi, a volte tanto grossolani da poter difficilmente distinguere il buono dal cattivo.
Il problema è che non c'è una vera battaglia contro la sistematica esclusione della creatività e delle abilità artistiche dai centri di produzione culturale e politica. Perché non scendiamo in piazza a manifestare contro la mancanza di una selezione basata sulla qualità individuale nel reclutamento degli insegnanti? Perché non chiediamo a gran voce che i ministri della Pubblica Istruzione siano persone effettivamente istruite? Perché non protestiamo contro la diffusione della nostra letteratura, basata solo su criteri di mercato, selezionata attraverso criteri di guadagno?
Non lo facciamo proprio perché le nostre coscienze critiche sono schiacciate dalla visibilità data solo alle battaglie generiche, le quali quasi sempre poi lasciano insoddisfatte entrambe le parti.
L'Italia sta morendo sotto il peso di questa retorica demagogica, sta escludendo la creatività, il pensiero critico, la cultura dai centri di produzione e organizzazione sociale e politica. E non si sente la voce di chi potrebbe interpretare in modo più efficace e più moderno le problematiche del nostro paese.





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Acque basse

paura dei moderni 9/9/2007

La spiaggia di Larnaka. Il mare e il cielo verdi, torbidi di sabbia densa come mattoni di fango, per costruire case di notte, all’ombra di ciglia chiuse. Il cammino lento verso l’orizzonte e l’acqua sempre a bagnare i rasoterra, ancora un  passo e sfiora le gambe, poi torna a sciacquare verde scura le caviglie, il dorso del piede. Non si arriva da nessuna parte, il corpo non ha il brivido di quel freddo e sconosciuto abbraccio che fa paura e accoglie mentre ti circonda. Solo tiepido umidore e qualche timido pesce, piccolo per la pesca, grande perché non si noti nei fondali. Si nutre forse di scorie morte della nostra pelle, boccheggia semicosciente sguazzando veloce tra il peso dei nostri passi e le polveri lasciate dalla pelle riarsa dal sole. Più lontano qualche testa scura tra il flusso piatto e giganti a mezzobusto accanto, incongruenze della prospettiva o sobbalzi del fondale. Tra Morgante e Astarotte, aprendosi il varco a passo pesante, non resta che trovare il proprio angolo di acqua e sdraiarsi galleggiando. Il corpo galleggia, in perfetta linea orizzontale, immobili come cadaveri trasportati dalla corrente, proviamo quella porzione di morte che ci solleva dall’ansia di dover essere sempre, ostinatamente vivi.
Spruzzi d’acqua sulla fronte e sulla bocca interrompono il sogno di non esistere e con gli occhi fuori fuoco guardo il gruppo di ragazzini che ridono intorno a me. Due ragazzine sui dieci anni con i capelli scuri troppo lunghi per la loro età e tre ragazzi tra i nove e i dodici anni che entrano ed escono dalle onde in mutande bianche. Ci guardiamo.
“Io, Nefeli.” dico e sorrido e una bambina dice il suo nome pieno di “a” ma non riesco ad afferrarlo. Anche l’altra corre a dire il suo e a indicare due dei ragazzi cercando di spiegare un legame, di rivelare un’unione tra loro che capisco essere di fratellanza.
“Sapete fare le capriole?”
Ridono e saltano scomposti nell’acqua.
Faccio una capriola. Poi indico la mia testa e mostro il fondo della sabbia. Testa – fondo di sabbia. Salto e curva del corpo.
Una delle ragazze, completamente vestita in maglietta a maniche lunghe e pantaloni si butta e resta orizzontale sul pelo dell’acqua. A testa in giù.
Dico no, non così.
L’avvicino, faccio segno di chiudersi il naso. Si arrende felice, chiude le narici con indice e pollice e si arrende alle mie mani: una sotto la sua pancia, una sulla sua schiena. Cerco di farla volteggiare in acqua. Ha paura.
“Di quale terra siete, fratelli?” chiedo, spiegando, “Io, Italia.”
“Palestina” dicono in coro.
Voglio uscire dall’acqua, tornare alla mia sdraio tranquilla, lì in fondo al bagnasciuga.
Uno dei fratelli mi tocca e lo vedo fare capriole.
“Sì, sì,” dico, è così.
Provo con l’altra ragazza, dai capelli come canapa al sole. Più remissiva, si lascia guidare sotto l’acqua, in quelle profondità da gnomo.
“Quanti fratelli siete?” cerco di chiedere. Quattro. “E la mamma?” Mi fanno il segno del pancione. Un quinto in arrivo. Guardo la spiaggia. Nessun adulto a vederli nuotare, a osservare i loro movimenti.
Ancora qualche capriola. Schizzi e risate.
“Io torno in spiaggia.” Indico la mia sdraio. Le ragazze mi abbracciano e mi seguono camminando nell’acqua bassa mentre mi allontano nuotando tra il poco di onde e il mare di sabbia.
Mi siedo sulla sdraio. Penso: Palestina.
Loro mi salutano sbracciandosi per minuti interi dall’acqua e poi, quando mi vesto per andare via, escono e vengono a baciarmi, uno ad uno, lasciando l’impronta dei loro corpi curvi e sottili come extraterrestri sui miei vestiti asciutti.



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Telemissione

paura dei moderni 5/9/2007

Comincia qui una rubrica sulla televisione - soprattutto quella statunitense - che vuole analizzare come il  telefilm sia diventato mezzo di propaganda ideologica e politica.
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“Lascia che ti racconti una storia.” È questa la premessa implicita di ogni telefilm che dagli Stati Uniti arriva sui nostri schermi. Da qualche anno non sono più dei mini-film compressi in un tempo adatto alla fruizione distratta di un pubblico che mangia, parla e telefona davanti al televisore acceso. Ora alcuni di questi telefilm sono delle storie che si snodano nel tempo e i cui personaggi, le cui vicende non possono essere comprese pienamente se si vede un solo episodio. Prendiamo per esempio “V – Visitors” ancora allora, accendendo la televisione in un episodio qualsiasi, si capiva al volo che la terra era stata invasa da extraterrestri e che c’erano dei buoni e dei cattivi ben definiti. Adesso i buoni e i cattivi non ci sono più, in quella forma e i buoni fanno cose cattive e viceversa confondendo chi volesse dare un giudizio affrettato. Persino nelle serie meno innovative, quelle cioè che continuano ad affrontare e chiudere un “caso” alla volta in ogni episodio, i personaggi possono sfuggire alla normale catalogazione televisiva. il Dr House è buono o è cattivo? Il protagonista di “The Shield” è un criminale o un eroe? In questo tipo di telefilm i personaggi più complessi e sfuggenti sembrano obbedire a una filosofia di nuova acquisizione ma di antico conio: non chiedere all’eroe di agire come insegna ad agire. Seneca sarebbe felice di questo nuovo modo di narrare storie, risparmiando all’eroe – e alle vicende stesse – il giudizio sui dettagli delle azioni. Il buon ispettore Derrick non ha più posto in questo tipo di storie e se lui diceva orgoglioso di arrestare chiunque perché “nei trent’anni della mia carriera ho sempre dormito bene la notte”, ora i nuovi eroi sono insonni, indecisi, fanno errori e lasciano fuggire criminali le cui azioni possano essere emotivamente giustificabili. David Kelley ha dato una grande spinta in questa direzione con “The Practice”, serie in cui un gruppo di avvocati si trova costantemente di fronte a casi controversi che trovano soluzione solo giuridica ma non morale, etica o più semplicemente umana. Il pubblico deve certo prestare più attenzione a queste storie se vuole cominciare a capire cosa effettivamente vogliano raccontare e da questa nuova partecipazione attiva degli spettatori è nato un nuovo modo di fare televisione: gli episodi non si chiudono in storie racchiuse in un singolo episodio a cui ne fa seguito un altro con un’altra storia conchiusa e così via. La vicenda si dirama in molte direzioni e i personaggi non danno alcuna garanzia di essere in grado di risolvere o comprendere fino in fondo le situazioni in cui sono calati. L’ultimo telefilm di questo tipo è “John from Cincinnati”, raffinata creatura della HBO, ideata e prodotta da uno dei produttori di “NYPD Blue”. Un giovane che ricorda molto il Peter Sellers di “Oltre il giardino” compare nella vita di un alcolizzato eroinomane e, sebbene non cambi nulla concretamente nella vita di quell’uomo, la sua presenza attiva una serie di avvenimenti collaterali che ne toccano l’esistenza. Non c’è alcun giudizio morale sul comportamento del protagonista drogato, né pietismo, né drammatica rappresentazione di una vita in decadenza. Episodio dopo episodio assistiamo alle intemperanze, a volte tragicomiche, di un uomo sfatto che vive alla giornata, impegnandosi nella ricerca della dose quotidiana, partecipando distrattamente alla crescita del figlio pre-adolescente che vuole seguire le orme di un padre che una volta era stato un grande surfista.
E il giovane John di Cincinnati non deve far altro che mettersi le mani in tasca e, come Eta Beta, estrarne qualsiasi cosa di cui abbia bisogno il suo nuovo amico: duemila dollari, un telefono, biglietti per le partite. John è “magico”, c’è tanta favola nella sua presenza in questa storia, intorno a lui le persone levitano e i pappagalli resuscitano. L’umanità che ha intorno però non viene cambiata da queste magie, tutti rimangono quello che erano, con la differenza di trovarsi a sorridere, quasi con rassegnazione, dei capricci del caso.




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The Hours

paura dei moderni 2/9/2007

Non si può che essere contenti di essere pazzi,
cadere nella vertigine del nulla abbracciati al proprio dolore.
Avventure sono le psicosi, smanie le nevrosi,
scuse per gridare ciò che ci disturba, parentesi nel tedio
della vita intermittente. Sonno veglia, e poi sonno.
Non si può che essere grati alla pazzia perché interrompe la vita,
quel ripetersi a ritmi silenziosi dei nostri battiti.
Tachicardia, singhiozzi e iperventilazioni, queste le nostre grazie.

Unico dolore è chi resta, al di là del nostro muro di stravaganze,
spettatori e impotenti, affettuosi personaggi del nostro romanzo.
Non riusciamo a far capire quanto importante
e quanto gioiosa sia la nostra discesa nell’abisso,
prova vitale e rito dell’esistere. Non sappiamo comunicare la bellezza
di questa disperazione senza fondo che ci rende allucinati,
distanti, e increduli che dai nostri sfoghi si tragga solo paura.

Il saluto va al nostro pubblico, che si torce le mani
e ci guarda mentre ci spegniamo sotto i fuochi del nostro abisso.
A tutti coloro che non sanno che fare di noi, che sperano in fondo
che prima o poi rientreremo nel loro mondo, che siederemo dritti sulla poltrona
sorseggiando qualcosa senza sentire altro che il gusto della bevanda.




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