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nefeli

Ci ho messo una vita

Manuale per bambine cattive 18/2/2006

Ci ho messo una vita a prepararti il regalo per il tuo ingresso nella sala, il regalo della prima volta. Una vita di prove, passi affrettati per il corridoio con la candela in mano a controllare i pulsanti del salvavita, corse matte con i tacchi in mano verso l'appuntamento in cima alle scale di pietra (il fiatone e i tonfi senza ritmo nelle orecchie), la prospettiva immobile delle mie gambe contro -- il pavimento azzurro di un ospedale / le mattonelle decorate di un atrio buio / la sabbia che affonda fino alla caviglia sfocata contro il sole --
Una vita ci ho messo, e mazzi di fiori pieni di altre donne, braccia tese contro il totale di un autobus in corsa alla fermata sbagliata, suoni di campanelli di porte senza rinforzo - Vita di sguardi puntati, veglie puntate, appuntamenti sul filo  appena prima di essere scoperti.
Ero pronta. Il dorso della mano sulla geometria della mia gonna, col profilo quarantacinque gradi a nord-ovest (della curva che fa la nuca quando i capelli sono raccolti sul capo), le caviglie un poco accavallate nelle scarpe dai margini larghi.
Non importa se la riga dei pantaloni ti condanna a un passo di marcia: le braccia accompagnano la spinta e proprio allora mi balena  l'unica domanda che posso farti.
Un attimo dopo stavo ancora contando le linee sbilenche tra il metatarso e il malleolo come fossero la risposta inaudibile, anche se fuori e' ancora notte.



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A saper fare il calcolo delle lune e delle maree, verrebbe da riflettere. Tanti i dati e i numeri, cifre tonde e dispari su lati diversi di fogli quadrettati; i fori dei punti, la schiena curva delle parentesi. Ad ogni passo di questi mesi, e rilevando ogni levarsi e cadere nei giorni del sole, l'alternarsi obliquo e inutile di stagioni, ci sarebbe davvero da tirare le fila, o almeno le somme. Lo scurirsi del cielo dalla finestra, il passaggio dell'ombra sul cemento qui fuori, crepa per crepa, soglia dopo soglia, ha contato i minuti e ha svolto la sua storia mentre tenevo le spalle voltate. Quando guardo adesso girando la testa, ritrovo un mondo geometrico. Sibillino di forme che non svelano segreti.
Eppure anche io lo so, 28 mesi: li ho contati a modo mio. E come gli stucchi e le antenne del palazzo di fronte che mi ha guardato fino ad ora, anche io non so dirgli il mistero di questo tempo trascorso. Io e lui ci guardiamo soltanto, a tratti sollevando un sopracciglio.



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Codice d'amore

Manuale per bambine cattive 15/11/2005

Regole di comportamento del galateo amoroso.
1. Mai nominare altri uomini o altre donne quando si ha una relazione intima con qualcuno. Specie se gli altri uomini o le altre donne sono i nostri attuali compagni.
2. Fuggire sempre, perche' l'importante e' vincere, non partecipare.
3. Prendere tutto quello che ci viene offerto, come nel gioco "Affari tuoi" la prossima offerta potrebbe non essere altrettanto allettante.
4. Non chiedere mai niente, la partecipazione nella vita degli altri e' sopravvalutata. Meglio illudersi, finche' e' possibile.
5. Chiudere gli occhi.



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I consigli della nonna

Manuale per bambine cattive 21/10/2005

Il primo appuntamento

1. Non ti depilare. Casomai ti venissero strane idee "sentimentali" col tipo che incontri...
2. Fatti venire un eritema. Cosi' saprai se lui e' interessato solo al tuo corpo o anche alla tua mente.
3. Non nominare i tuoi ex. In effetti, alla domanda "quanti uomini hai avuto" la risposta migliore e' "ma per chi mi hai preso?"
4. Non bere. Portati una fiaschetta di vodka nella borsetta e quando lui va al bagno (gli uomini vanno continuamente al bagno quando si e' in un bar) versane il contenuto nel tuo succo d'arancia.
5. Ridi a tutte le sue battute, eccetto a quelle che fa su sua madre. In quel caso azzarda un timido "secondo me aveva ragione lei"



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A me m'ha rovinato il cinema

Manuale per bambine cattive 1/10/2005

Prima parte delle disillusioni di vita causate dalla visione di film. Sotto elencate cose che accadono immancabilmente nei film ma MAI nella vita.
1. Se scappi piangendo da un uomo, lui ti seguira' e ti bacera'. [scena nella realta' "Che palle 'ste donne! Tanto poi torna, meglio che sbollisca l'isteria da sola..."]
2. Di seguito alla dichiarazione dei propri sentimenti si riceve un'eguale contropartita. Come nelle canzoni di Carmen Consoli. [scena nella realta' "Ehm... er... grazie, ma io... tu hai frainteso... siamo amici... era solo sesso..."]
3. Se una macchina si ribalta dopo un inseguimento, esplode in una meravigliosa fiammata.
4. Se hai perso di vista il ganzo della tua adolescenza, lui fara' di tutto per ritrovarti. [scena nella realta' "Nefeli chi? A scuola insieme?... Ah... quella bionda al terzo banco? No?... Quella con l'apparecchio ai denti e i brufoli?... no?...]
5. Dopo l'idillio un evento eclatante causa una crisi che da' uno scossone al rapporto che poi ritorna, rigenerato, all'idillio. [scena nella realta' "Vabbe', me so' rotto le palle. Sempre la stessa vita. E' meglio che ci lasciamo!" variante b "E te pareva che dovevi fare pure tu l'isterica come tutte le donne... no grazie, ci sono gia' passato. E' meglio che ci lasciamo!"]
6. Quando ti dicono "tornero' ", prima o poi ritornano.



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vicino, troppo vicino (1)

Manuale per bambine cattive 3/8/2005

Ieri sera il mio vicino, il dirimpettaio del palazzo di fronte, e' uscito di nuovo ad annaffiare le piante sul balcone. Lo vedo sempre controluce, lui ha un balcone lussureggiante di piante, stagionalmente di fiori, solitamente di lunghi e floridi rami pesanti di verdi foglie. Lui compare, senza preavviso, la notte verso le due o le tre, accende la luce nella sala tutta a vetri e si dedica ad innaffiare le piante a petto nudo. Io abito di fronte e a quell'ora di solito mi affaccio per vedere il lavoro dei netturbini che lampeggiano per la strada bloccando gli sparuti automobilisti per ritirare l'immondizia che io stessa produco. Una specie di esercizio onanistico: guardare i miei rifiuti che vengono portati via dalla mia vista.
Ieri sera pero' lui si e' accorto di me. E' rimasto sulle begonie talmente a lungo che un rivolo e' cominciato a scendere dal sottovaso fino al piano di sotto e dal piano di sotto, a cascata, fino al marciapiede, con un "Ehi!" del tipo che a quell'ora va a comprarsi le sigarette al tabacchi 24/ore li' sotto. E' uno che sara' sui trent'anni (da chissa' quanto tempo) e cammina spedito, ondeggiando con le mani nelle tasche dei pantaloni color sabbia a destra  a sinistra fino al distributore. Armeggia per un po' e poi se ne torna piu' lentamente, pensoso, verso casa col suo bottino.
Io e il mio dirimpettaio lo guardiamo e poi ci guardiamo e per la prima volta, da spettatori l'uno della vita dell'altra, diventiamo complici della vita di quella terza persona che passa sotto le nostre finestre ogni notte.
Io sorrido, anche se so di essere controluce. Il televisore alle mie spalle manda lampi troppo forti perche' lui possa distunguere i miei tratti, ma forse avra' notato l'ingrossarsi delle guance e anche lui sorride, vedo nella sua silouhette defilarsi un'allargamento del taglio della sua mandibola, cosi' squadrata... [segue]



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Manuale per bambine cattive capitolo V

Manuale per bambine cattive 31/5/2005

A Marzo è successa una cosa inattesa: ho trovato lavoro. Sono finita sul set di un film a fare da assistente di assistenti. “Senti, ma come si fa a trovare questo lavoro? No, perché io ci provo da un sacco di tempo, ma non mi prendono nemmeno a lavorare gratis”, mi chiede nella pausa pranzo una ragazza (solito tipo di “ragazza”, trentenne come me, vestita come una diciottenne, spettinata e senza trucco). Rifletto. Come faccio a spiegarle che ho lavorato per anni nel cinema, anni fa, e poi, dopo secoli di faccio-altro-roba-più-concreta, mi chiama un amico e mi dice: vieni vieni che faccio un film. Io vado e scopro che però devo lavorare gratis. Sainoncisonosoldièunacosacosìtraamici. Mh. E per la mia passione per il cinema sono venuta a lavorare lo stesso... Come faccio? Per fortuna la ragazza aveva la concentrazione di un criceto e si è messa subito a correre dietro al regista chiamandolo per nome (anche se era il nome sbagliato).
Continuo a mangiare il mio pasto di pasta scotta e fetta di formaggio imbustati nel polistirolo sulle scale umide del pub in cui stiamo girando alcune scene. Osservo la troupe. Durante le riprese di un film, così recita l’adagio, nasce almeno una storia d’amore. Il set è un microcosmo che si posiziona come una bolla asettica sospesa tra i sogni e le camere da letto. Ci si sente un po’ eroi che condividono un’avventura (stile “Per chi suona la campana”) e un po’ reclusi che condividono la disperazione degli ultimi giorni di vita. Tutte le aspirazioni di vita si esasperano, tutte le percezioni si acuiscono e rimbalzano dall’uno all’altro come negli speecchi deformanti di un Luna Park. Prima o poi si perde la cognizione di sé e degli altri e si comincia a fidarsi dei riflessi, delle distorsioni; ci si affida alla finzione con cieco senso di realtà. La stanchezza degli orari di lavoro immotivatamente da fabbrica dickensiana è ammortizzata dal clima di affettività reciproca stile kibbutz. Lavoriamo per un mondo migliore, è questo il delirio ideologico che ci prende, e ci rispettiamo l’un l’altro senza sapere molto l’uno dell’altro. Si dimenticano le basi reali della nostra vita. Quello è sposato, la moglie aspetta un bambino, si pensa sorridenti mentre ci mette amichevolmente una mano sul culo e con l’altra ci fa un buffetto affettuoso sulla guancia. Sorridiamo senza sferrargli una ginocchiata nello stomaco, perché il gesto, anzi entrambi i gesti sono affettuosi, sono espressione di cameratismo. Tanto più che alla vita ci abbraccia un altro membro della troupe che avvicina le sue labbra al nostro orecchio per bisbigliare: “hai fatto il bollettino d’edizione per la stampa del rullo 9?”
Confondere questi gesti come segnali d’amore o d’attrazione quali potrebbero essere nel mondo “normale”, quello “fuori di qui” è roba da novellini.
La ragazza che faceva l’aiuto regista mostrava una pagina della sceneggiatura al regista passandogli le dita lungo l’apertura sul petto della camicia. La costumista scodinzolava il didietro sulle facce dei macchinisti in pausa ridendo. C’è un erotismo diffuso nel processo creativo di un film, forse perché è un lavoro che ha successo, che funziona solo se l’intera troupe è affiatata. E non c’è maggior affiatamento del sussurro nelle orecchie.
Mentre sono lì che faccio queste riflessioni e una macchia di sugo mi cade sulla scollatura, sento un sibilo arrivarmi alle orecchie. “Sempre qui da sola?” E’ il primo attore che mi occhieggiava da tempo con sguardo profondo e significativo mentre correvo di qua e di là col ciak in mano a chiedere quale fosse il numero di ripresa da scrivere. Gli attori hanno sempre un certo fascino, specie se li vedi recitare. L’emozione che dà un individuo che ti fa gli occhi bovini un momento e subito dopo aggiusta l’espressione in efferata cattiveria o in alcolica depressione è grandissima. Stranamente, vedere che un uomo può mentire, inventare sentimenti ed espressioni in modo tanto credibile e tanto veloce, invece di terrorizzare e gettare un’ombra su di lui, ci attrae irresistibilmente.
Lui era proprio bravo, riusciva a collaudare l’espressione in pochi attimi e si concentrava in mezzo al bailamme impressionante di un set con estrema facilità. Ah, che fascino! Ci sentiamo onorate di attrarre la sua attenzione perché nel microcosmo del set le gerarchie del mondo “vero” sono esasperate. Ricevere le attenzioni di un macchinista è accettato, naturalmente, di buon grado, ma non c’è paragone con l’essere la beniamina del primo attore. Non ne parliamo poi di ricevere quelle del regista che, di norma, è l’unico a fare il sostenuto, a essere più serio e intoccabile e che, se ha una beniamina, la tratta male. Ah, che emozione essere trattata da pezza da piedi dall’uomo più importante del set che poi, a giornata finita, e questo lo sanno tutti, si getta tra le nostre braccia come un bambino in quelle della madre. E ad ogni “ti ho detto di fare silenzio!” la beniamina si guarda intorno con un sorriso soddisfatto come a dire “a voi non lo dice mica così!” E noi tutte invidiamo il privilegio del dileggio che ha solo lei.
Tuttavia anche il primo attore è una gran posizione nella pole position delle attenzioni da set. Sebbene il primo attore di solito ne ha più d’una di amante-da-set, è lo stesso un privilegio ricevere i suoi bisbigli nelle orecchie.
Sollevo lo sguardo strofinandomi disperatamente la macchia di sugo. Lo guardo. Lui mi guarda intensamente e sorride. Io penso: “Mi sta guardando le labbra... oddioddioddio... ma che mi vuole baciare qui così? In mezzo a tutti? Oddioddioddio...” Lui allunga la mano verso la mia guancia e io penso “Omadonnasanta adesso mi afferra e mi bacia appassionatamente...” e invece lui mi stacca un pezzetto di pomodoro dalla guancia. Mi sento una cretina e penso “mi pareva troppo strano di essere proprio io, il gradino più basso di questo set, non sono nemmeno pagata... di essere proprio io la sua beniamina...”
I giorni passano e lui mi guarda sempre più intensamente e non perde occasione di venirmi a bisbigliare nelle orecchie ma io non credo che sia affatto possibile che noi possiamo diventare la coppia-da-set. In quel set non si era ancora formata una coppia e tutti si chiedevano chi sarebbe stato a fare il suo dovere e a fare anche di quel set l’alcova di una torrida passione.
Lui fa lo spavaldo, mi cerca con la camicia aperta e mi chiede di aiutarlo ad abbottonarla. Si spoglia davanti a me e cerca di stare sempre vicino a me durante le pause. Io lo osservo mentre recita e comincio ad avere la sensazione che reciti per me, mi sembra addirittura che mi lanci delle occhiate al di là della macchina da presa, addirittura durante la recitazione!
Capita di impazzire leggermente a volte e di credere che il mondo veramente ti parli, che la realtà ti stia mandando dei segnali e ci dimentichiamo che la realtà manda solo segnali caotici, alcuni dei quali possono cadere proprio accanto a noi, ma ciò raramente significa qualcosa.
Una sera si avvicina a me e comincia a chiacchierare di sciocchezze, sempre sussurrando, si capisce. Piano piano tutti vanno via e gli chiedono se vuole andare in pizzeria con loro. Lui guarda sempre prima me che rispondo “No, io vado a casa” e dunque rifiuta gli inviti. Restiamo soli e mi dice: “allora ti posso accompagnare a casa?”
Accetto e tremo, tremo. Mentre camminiamo verso la macchina mi sento una fan di Elvis a cui il Re abbia offerto un passaggio sulla sua moto da sogno, con frange e lustrini che sfrecci tra le ali di un pubblico in delirio.
Invece arriviamo a una vecchia Simca con i finestrini puntellati da cacciaviti e la portiera del passeggero bloccata. Entro dall’altra portiera e aspetto quieta e col fiatone che entri anche lui. Si siede. Partiamo. Lui tace, improvvisamente e’ totalmente quieto e tamburella con le dita sul cruscotto a ogni semaforo.
Io penso: “Ma quando mi bacia? No, perché adesso se non mi bacia mi incazzo... Sul set devo tornare domani con la faccia di una che è stata baciata dal primo attore. Non si scherza su queste cose...”
Ma lui tergiversa, è spaventato, mi sembra addirittura che stia sudando, ma non ne sono sicura perché non lo guardo direttamente. Ci fermiamo sotto il mio portone. Spegne la macchina e continua a tenere gli occhi bassi, tamburellando il cruscotto. Allora vengo presa da una vertigine di follia. Tutto mi sembra così vacuo e allo stesso tempo buffo. Mi sembra di averlo per le mani, di averlo in pugno, “sotto il mio pollice” come si direbbe in inglese. E allora gli dico: “Mi puoi anche baciare, sa? Non mordo mica... Almeno non sempre.” E sorrido, lui abbozza un sorriso nervoso e mi guarda incerto. Ci guardiamo così per un po’ e poi si avvicina. Si avvicina. Si ferma. Ormai siamo troppo vicini per vederci a fuoco e restiamo un po’ così a guardarci con gli occhi strabici. Io sorrido sempre e mi sembra di essere serena. Parto io col bacio e lui mi abbraccia. Ci baciamo per un bel po’, chissà quanto. Il primo che inventa un modo per mantenere il senso del tempo mentre ci si bacia, è pregato di farmelo conoscere.
Lui poi abbassa la testa e torna a guardare in basso. Io apro la portiera, gli allungo un altro bacio veloce e dico: “a domani, allora.”
Salgo le scale quattro a quattro. Ho baciato il primo attore!! Arrivo a casa, mi siedo sul divano e lascio tornare il cuore a battiti quasi normali.
Prendo il cellulare e gli mando un messaggio “Grazie, è stato bello.”. Dopo una mezz’ora mi arriva la sua risposta: “Ti prego, non mi perseguitare. Non essere ossessionata!”




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The epitaph is the aftermath

Manuale per bambine cattive 24/5/2005

Storia melensa II, breve seguito chiarificatore. Mesi dopo un mio amico mi dice:
"Ma non lo sai che le canzoni anni '60 dei Rolling Stones si mettono per conquistare le donne che si vogliono scopare?"
No, non lo sapevo. Non li aveva in macchina per se', ma per "quelle come me"... Momenti sublimi di comprensione del mondo.



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Manuale per bambine cattive capitolo IV

Manuale per bambine cattive 16/5/2005

Febbraio

Giosuè

Con un nome tale non si poteva fare molto. Preghiere, atti di contrizione, portar cioccolatini alla suocera o, al massimo, ridere sotto i baffi immaginando gli amplessi furtivi, a luce spenta, che poteva avere con la moglie una volta a settimana.
Anche se è giovane, anche se è un amico del mio ragazzo e lui stesso ha una ragazza. Siamo amici a quattro, non siamo amici veri. Essere amici di coppie quando si è in coppia è una cosa curiosa. Perché si può ben essere amici di una coppia, e ciò accade se si è single. In qualche modo la coppia ci prende a benvolere e, ora l’uno ora l’altra ci danno consigli, ora l’altra ora l’uno ci presentano amici e parenti: avanzi di donne altrui. E la nostra vita si dipana parassitaria attraverso i corridoi che percorriamo con la mano tesa e il sorriso legnoso a scoprire qualche dente, magari un paio di incisivi che fa tanto coniglietta, mentre ci avviciniamo a “quello” che ci aspetta laggiù, un po’ al buio, e nelle orecchie abbiamo le parole di incoraggiamento “è un ingegnere sai. Cucina bene, vedessi!”
Corridoi corridoi. Noi siamo nella parte in luce e loro sempre, chissà perché, in quella in ombra. Protetti, mentre noi falchiamo i metri e i metri su tacchi alti altri metri, ondeggiando quel tanto che possa attrarre ma col buon gusto del non si sa mai.
Sono tutti misteriosi esseri, sconosciuti e pieni di se e di purtroppo e di mi piacerebbe e di ma io quest’anno ci vado a Cuba. La stanchezza di queste conversazioni con giacchette ben stirate e cravatte monocrome può essere salvata solo dall’apparizione del conosciuto, di chi sai che non è così. L’amico di vecchia data, un quarto di quella amicizia a quattro.
Io avevo perso il mio altro quarto e lui aveva perso la sua, così avevamo salito i gradini e ci trovavamo alla piattaforma superiore a fare i mezzi, con la sensazione che i quarti disuniti ci continuino a gardare da una decina di passi più in giù, piccoli come dei quarti, ora che noi siamo mezzi. Il quarto che ho davanti è Giosué e io l’ho sempre guardato, schivando gli occhi della sua donna e quelli del mio uomo. Del resto eravamo più simili io e lui, caotici e ridanciani, un po’ surreali nel modo di esprimerci, allegri e vitali. E desideravamo sapere come ci saremmo baciati. Perché per tutti quegli anni non c’era dubbio nelle nostre menti che ci saremmo baciati.
Ed eccoci, insieme a una festa. Dov’è il tuo lui? Ah, divorziati, eh? E la tua lei? Ah, anche tu? Mi dispiace.
E bastano due passi, un balcone carico di piante tra il fragore di una cucina sovraesposta e rumorosa per baciarci, cercarci con la lingua e premerci il corpo contro. E tutto, tutto quello che facciamo è il copione dei nostri pensieri, nemmeno desideri, nemmanco fantasie. Pensieri. L’avevamo pensato, castamente, il nostro incontro ed ecco che si svolge come fra due educande che non sanno bene dove mettere le mani.
Lui è tanto alto e magro, del resto, dove mi metto a scavare per trovare e produrre sensualità? Qui, sul balconcino per giunta? Lui sembra più sveglio di me e sa afferrarmi il seno con rispetto (il rispetto che ha per un seno che ha osservato e pensato per dieci anni, il seno non suo, ma del suo amico. E io sentivo il suo baciarmi come un tentativo, un modo di capire se poteva baciarmi come baciava lei, l’altro quarto.
Puoi baciarmi come lei? Siamo alte uguali, in fondo, more entrambe... io ho le labbra più strette... Come si fa? E il suo toccarmi era casto era solo il modo di capire se per caso io non fossi lei.
E io non sono lei, se n’è accorto e mi ha continuato a baciare lo stesso. Io però ero troppo persa nel pensiero, nello studio di ciò che era successo e di ciò che stava succedendo. Maledizione a me! Sondavo con la lingua, organo sovrasensibile, il braille delle sue intenzioni, delle sue emozioni e mi ero scordata di pensare alle mie, mi ero scordata di crearmi delle mie emozioni.
Niente da fare, quella sera l’ho rimandato a casa.

Un anno dopo. Lo sapevo che ci saresti stato a questa festa. Stesso balcone, stessa gente, stessi rumori, stessa sovraesposizione della luce. Siamo sul balcone e parliamo. Cavalli feriti. Come? Caduto con la testa indietro? Cosa? Per fortuna hai trovato una tipa con una stalla vuota? Eh, sì, son cose da augurarsi alla propria primogeniture...
E ridiamo ridiamo. Ci guardiamo e ci annusiamo ma non ci tocchiamo. Infine balliamo e interpretriamo tutti i balli allo stesso modo. Abbiamo forse inventato uno stile, ma più probabilmente volevamo toccarci, strusciarci. Col rock, col tango, coi Beatles e con Phillip Glass abbiamo fatto la stessa danza, passandoci il corpo come fosse un testimone. Ridendo.
E di nuovo. Portami a casa e baciami e ci baciamo e siamo due metà e mi tocca e così scopre che non sono lei, il suo quarto mancante, sono un mezzo, sono solo un mezzo. Le mani si tranquillizzano ma si devono fermare lì perché voglio andare oltre quando anche io ci avrò capito qualcosa e ci diciamo chiamamoci no? Sì certo, ci vediamo... benebene presto.

Quanto può essere distruttivo del proprio sistema epistemologico di comprensione della realtà il fatto che il tipo non risponde ai messaggi?




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cronaca di una festa annunciata

Manuale per bambine cattive 3/5/2005

Giovedi' 28 Aprile
Un amico mi chiama: "Allora? Facciamo martedi' da te? Una cenetta e poi ci vediamo il video che hai fatto per noi"
io - "Si', che bello! Vieni, porta anche Alberto!"

Venerdi' 29 Aprile
Io - "In quanti siete? A che ora arrivate?"
Amico - "..."

Sabato 30 Aprile
Io - "Ehi, Pamela, ti va di venire Martedi' a casa mia? Faccio una cena mediorientale..."
Pamela - "Non so... il mio ex, mia madre, mia sorella, cazzi vari... Ah! Come mi piacerebbe! Ti faccio sapere domani!"

Domenica 1 Maggio
Io - "Ehi, Pedro e Alejandro, visto che siete qui a mangiare da me e a bere da me davanti al mio televisore per il concerto del primo Maggio, perche' non venite Martedi'? Cucino qualcosa di mediorientale e vi faccio conoscere qualche amico..."
Pedro e Alejandro: "Che bello! Si si si! Non conosciamo ancora nessuno a Roma! Grazie!"
Scrivo un sms all'amico di cui sopra: "In quanti siete? Casomai sposto i mobili e compro piu' yogurt..."
Amico - "..."

Lunedi' 2 Maggio
Io - "Pamela, allora vieni?"
Pamela - "..."
Io - "In quanti siete?"
Amico - "..."

Martedi' 3 Maggio
Io - "Ma in quanti *bip* siete?"
Amico - "Ciao, come va? Allora, viene Marco, Aurelio, Giovanni e la ragazza, hai presente?"
Io - "Non ho mai sentito nominare nessuna di queste persone..."
Amico - "Come? Erano da me alla festa... ah, gia', non ti avevo invitato... Comunque. E poi Stefano, Camilla e Francesca, col cane. Va bene il cane?"
Io - "Ma io ho il gatto..."
Amico - "Pero' non prima delle 11.30..."
Io - "Undici e... aspetta... mi si scuoce tutt...."
Amico - "scusa, scappo alla partita" clik, tu tu tu tu tu
Io - "Pamela?"
Pamela - "Ti posso richiamare?"
Mando un messaggio a Pedro e uno a Alejandro. "Allora, ci vediamo stasera? Sto cucinando per un esercito. Sono quattro ore che sto preparando tutto..."
Pedro - "..."
Alejandro - "No, giornata nera e umore anche" (sono gia' le 19.20 quando ricevo il messaggio."
Messaggio di Pamela!
Pamela - "Vengo, forse, dopo cena. Ho incontrato un tipo strafico e COL CAZZO che te lo faccio vedere!"




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