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nefeli

Ancora Tom Waits

racconti umani 8/7/2008

Oggi presento la traduzione di una canzone classica di Waits, cioè una canzone basata sull'alcolismo del protagonista che parla, sotto l'influenza dell'alcol, della sua vita. I pensieri sono dunque leggermente sconnessi ma creano immagini che, sebbene brevissime, comunicano il tormento e il dolore incolmabile, nemmeno dall'alcol, del protagonista.
Bisognerebbe aggiungere che da più parti viene la notizia che Tom Waits non beva, che sia addirittura astemio. Mi sembra poco probabile, considerando la sensibilità e comprensione delle dinamiche alcoliche di cui parla. La canzone segue il motivo tratto da "Casablanca", il famoso "A kiss is just a kiss" e introduce quindi un'atmosfera in cui l'ubriacone è assimilato a Rick (Humphrey Bogart) con una certa ironia. Insomma, ecco la mia traduzione della canzone, in calce le note e il link.


Fegato a pezzi e cuore infranto

Ho il fegato a pezzi e il cuore infranto, sì,
mi sono bevuto un intero fiume da quando mi hai ridotto s brandelli.
E non ho problemi con l’alcolismo, eccetto quando non trovo un goccio da bere.
Avrei voluto che la conosceste, eravamo proprio una bella coppia,
lei dalla mente fine come un rasoio e la tenerezza di una preghiera.
Dunque benvenuti al resto della saga, lei era la mia metà migliore,
e io ero solo un cane.
E così mi sono rannicchiato qua, mi hanno fatto il pelo e deriso seduto al bancone.
Qualcuno può comprare a questo scemo alcol e libazioni, è uno di quei bar delle stazioni e tutti questi capotreno e portantini, e io ho finito gli spiccioli.
Questo epitaffio non sono che i postumi, eh sì,
ho scelto la mia strada, e dai Kath,
E’ solo un avvocato, non è roba per te.
No, la luna non è romantica, mi fa una paura da morire,
e un tipo cerca di vendermi un orologio
E ti ritroverò al fondo di una bottiglia dei scotch da due lire. Mi è rimasta una bottiglia e un sogno, sono un piagnucolone a quanto sembra.
Puoi anche scegliere il tuo veleno, dai, mettiti a far casino
per l’amor di Dio, non sono mica un sentimentale,
non è una vendita, questo è solo un affitto, ed è un purgatorio,
hey, qual è il tuo problema? Francamente non me ne importa proprio niente,
ho la mia doppia croce da portare.
Scopri la tua etichetta rossa e alzo di uno,
Non puoi mica versarmi un taxi, non ce la faccio più a bere
perché non spegne i fuochi accesi dalle donne,
non fa proprio niente, te lo garantisco
se non convalidare i pettegolezzi che hai sentito.

_________________

"libazioni è un termine colto tratto dall'originale.
La frase sull'epitaffio è particolarmente bella in inglese "This epitaph is the aftermath".
"Piagnucolone" è la traduzione, forse maldestra, di "maudlin" che in inglese indica una persona che parla a vanvera piagnucolando quando è ubriaco.
Com'è evidente, "Francamente non me ne importa proprio niente" è una citazione da un altro film strappalacrime: "Via col vento".

ascolta la canzone



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RAIN DOGS

racconti umani 7/7/2008

RAIN DOGS                                          CANI SPERDUTI
Diamonds and Gold                              Diamanti e Oro


The broken glass                                  i frantumi del bicchiere
And the rusty nails                                e le unghie arruginite
Where the violets grow                         dove crescono le viole
Say goodbye to the railroad                 Dai l’addio alle rotaie
And the mad dogs of summer              e ai cani impazziti dell’estate
And everything that I know                   e a tutto quello che so.

Chorus:                        Coro:
What some men will do here for diamonds    Cosa non farebbero gli uomini per i diamanti
What some men will do here for gold             cosa non farebbero per l’oro
They're wounded but they just keep               anche se feriti continuano la scalata
on climbin'   
And they sleep by the side of the road           e dormono ai margini della strada

There's a hole in the ladder                           C’è un buco nella scala
A fence we can climb                                     una recinzione che possiamo superare
Mad as a hatter                                             Matto come un cappellaio
You're thin as a dime                                    e smilzo come un centesimo
Go out to the meadow                                  Escitene per la pianura
The hills are agreen                                     le colline sono verdi
Sing me a rainbo                                          cantami un arcobaleno
Steal me a dream                                        rubami un sogno
.
Small time Napoleons                                 Un Napoleone da due soldi
Shattered his knees                                    si è spaccato le ginocchia
But he stays in the saddle for Rose           ma resta in sella per Rose
And all his disciple                                     e tutti i suoi discepoli
They shave in the gutter                           si fanno la barba nei vicoli
And gather what's left of his clothes         e raccolgono ciò che resta dei suoi vestiti

There's a hole in the ladder                          C’è un buco nella scala
A fence we can climb                                    una recinzione che possiamo superare
Mad as a hatter                                             Matto come un cappellaio
You're thin as a dime                                     e smilzo come un centesimo
Go out to the meadow                                   Escitene per la pianura
The hills are agreen                                      le colline sono verdi
Sing me a rainbo                                           cantami un arcobaleno
Steal me a dream                                         rubami un sogno

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Questa canzone di Tom Waits viene dall'album che Rolling Stone ha incluso tra i 500 migliori di tutti i tempi, ed è una raccolta di alcune immagini rubate alla vita di strada. I "rain dogs" sono i cani che hanno perduto le tracce della via di casa a causa della pioggia. Così sono gli uomini ritratti in questa canzone.
Alcune osservazioni: "rusty nail" è un famoso drink che si fa con whisky e drambuie.
"matto come un cappellaio" fa riferimento al "cappellaio matto" di Alice nel paese delle meraviglie, e l'intera espressione "matto come un cappellaio e smilzo come un centesimo" (difficilmente traducibile" è diventata una frase culto usata da vari gruppi musicali, tatuata sulla pelle di molti giovani - che spesso non ne conoscono l'origine-, nome di bar e di ritrovi.

Se volete ascoltare la canzone dà il titolo all'album: http://www.youtube.com/watch?v=Xzp5hdO4deQ&feature=related
Se volete sentire "Diamanti e oro"... boh, non la trovo




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Ti racconto una favola per farti dormire

racconti umani 9/3/2007

Ti racconto una favola per farti dormire e tu dormi: hai ancora gli occhi aperti.
Ti racconto una storia di stelle e di un tetto, del cielo che s’illumina intorno ai palazzi ma è scuro più sopra le teste.
Tu dormi, chiudi questa volta le palpebre e ascolta.
Una sola, ti confesso, è la stella in mezzo al blu, più vicina all’incrocio di due vecchie grondaie che alla libertà dell’aria senza ancora alcun rumore. Sola e piccola, fredda ma vivace come una cimice che matta svolazza e rimbalza tra erbe e fogliacce. Senza dolore l’insetto e la stella si fanno trasportare dal vento e dal ruotare delle sfere celesti e senza dolore tu chiudi ora gli occhi, riposali ormai da tanto vegliare.
Non ha pena la stella di starsene al margine, dove la conca di nuvole, luce e di vento ricorda il biancore del giorno mentre risale all’indietro il nero dell’abisso profondo. Non ha pena e scalpita per risalire, a traino del circo di milioni di punti, rossastri e azzurrati, più bianchi del ghiaccio polare. E i punti, ammassati, di polvere, di roccia e di mari tranquilli la porteranno per la volta vuota fino al buio più fitto, all’altro orizzonte, prima che un nuovo bagliore conquisti la notte.
E nel silenzio del viaggio, compagna e sola, bianca perla incastrata nel voltare del tutto, si acquieta e sorride nel suo mare a rovescio.
E tu anche, sorridi seguendo nel sogno e perditi allora nel silenzio gioioso. Non temere che gli occhi non potranno riaprirsi, chiudili ancora un minuto, aspetta che finisca la storia che per te si è svolta piano sopra il mio naso.
Domani, lo so, quella stella non potrà più sedere tra quelle grondaie e aspettare il passaggio della banda chiassosa di tutte le altre. Il cielo si gira e cambia le carte e non si può mai ritrovare la strada in mezzo a un nuovo arabesco di punti. Ma non avrà poi tanta importanza perché tu dormirai e farai il suo viaggio senza più aspettare, senza mappa o timore. I tuoi occhi fissi in attesa che faccia il racconto hanno atteso per anni che ti dessi il permesso, questo di stendere palpebre e cornea per pensare il percorso che non finirà mai.
Dormi adesso, dormi infine, non è in questo tuo sonno la morte in cui vivi, la morte è stata dover per sempre sbarrare gli occhi sul niente.




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cura per la tristezza

racconti umani 23/1/2007

Prendiamo un grande conforto nella nostra debolezza. Con il capo reclinato a guardare le nostre tristezze è proprio il dolore a raddolcire il nostro animo e a scioglierlo in lacrime. È la discesa nella tristezza la cura per un animo triste.



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Il treno

racconti umani 12/6/2006

Il treno sfreccia accanto a mucchi di spazzatura sulla spiaggia e carcasse di mobili da cucina. Un uomo  pesca all’alba fuori dalla sua tenda e due tizi portano con una carriola immondizie verso quattro cassonetti di metallo in fiamme.



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Il trapezista suicida

racconti umani 24/3/2006

Astor era un vero trapezista. Quando era nato, sua madre l’aveva appena guardato e le era sembrato che, tutto sommato, non era valsa la pena di far tanta fatica. Lo lasciava giocare, sbirciandolo di tanto in tanto e scuotendo la testa: non ne era proprio valsa la pena.
Astor cominciò a saltare con gli amici dai muretti intorno al suo palazzo e quando gli altri smettevano improvvisamente di ridere e dicevano “no, basta, andiamo a casa”, allora lui con un balzo superava la cancellata di ferro e si appollaiava sulla colonna mozza che sosteneva i pesanti cardini arrugginiti. Si stringeva le ginocchia con tutte e due le braccia sottili e si guardava la punta dei piedi. Gli altri bambini fingevano di allontanarsi, ma in realtà si spostavano da sotto e trattenevano il respiro aspettando il balzo. E allora, proprio in mezzo al momento più sospeso, Astor spiccava il salto e volava fin quasi alle loro teste. I bambini si spostavano spaventati, qualcuno sorrideva meccanicamente.
Tutti poi andavano a casa, coscienti che Astor non sarebbe mai stato loro amico.
Astor mangiava con la testa nel piatto e solo di quando in quando, quasi involontariamente, si faceva passare la sedia da un dito all’altro in acrobatica eleganza. La madre volgeva appena la testa dall’acquaio e tornava a insaponare i piatti.
Astor aveva il dono delle acrobazie. Tutti i movimenti che faceva gli sembravano goffi, ogni atterraggio gli sembrava pesante, ogni salto un errore. Perfezionava le sue performance esercitandosi in acrobazie che non avrebbe mai mostrato a nessuno: piroette impossibili, giravolte pericolose senza rete, senza piano su cui atterrare. Usciva di casa sempre più presto e tornava sempre più tardi per andare ad allenarsi in posti sempre più remoti cosicché nessuno potesse vederlo.
La madre gli metteva sempre lo stesso panino nella sacca e lo guardava un momento negli occhi. “Non ci riuscirai neanche oggi, Astor”, gli diceva e lui annuiva.
Un giorno gli si avvicinò un uomo del circo che si era stabilito nel suo quartiere. Aveva sentito parlare dell’acrobata solitario e chiese ad Astor “vuoi venire a fare il trapezista?” Astor rispose di sì e andò a vivere in una roulotte insieme al giocoliere.
Ogni giorno faceva il suo spettacolo, lanciandosi da un palo all’altro del tendone senza la rete: solo. Faceva i suoi volteggi più semplici e gli sembravano sempre imperfetti. Il pubblico era ammaliato da lui e cominciò a circolare la sua fama, quella di un trapezista che rischiava la vita a ogni performance.
Astor si guardava nello specchio prima di andare in scena e scuoteva la testa. “Nemmeno oggi, nemmeno oggi.”
Un circo molto più importante gli offrì un ingaggio favoloso ma ad Astor non piacque la loro offerta perché volevano che saltasse insieme ai loro trapezisti.
“Tu sarai la star, Astor! Gli altri faranno dei volteggi preparatori e tu entrerai trionfalmente a metà!” Ma Astor scuoteva la testa. Come potevano pensare che lui si sarebbe esibito insieme ad altri trapezisti? Nessuno conosceva gli esercizi che faceva in segreto e nessuno poteva capire quanto ancora gli servisse per diventare un trapezista vero, il trapezista che diceva lui. Lui sapeva che avrebbe sempre fallito come trapezista e che forse l'unica cosa ad attrarlo ancora a quel mestiere era la vertigine dello smacco.
Astor prese a gettarsi dai pali della luce, a camminare bendato sui fili del telefono e a saltare da un tetto all’altro a piedi nudi. Nonostante niente fosse come lo voleva lui, nonostante tutto fosse sbagliato, Astor non cadeva mai, non si faceva mai male.
Alla sera si guardava allo specchio e scuoteva la testa: “Nemmeno oggi, Astor.”
Astor era un vero trapezista e la gente se lo ricorda ancora come l’acrobata che morì sorridendo dopo un perfetto salto triplo quando l’asse portante del tendone s’incrinò e rovinò a terra tra il tumulto della folla.



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La donna nel cortile

racconti umani 16/3/2006

La signora nel cortile ed io condividiamo il segreto della sigaretta. Lei si mette sul vano della portafinestra, accanto alla scopa e allo straccio all'angolo del suo spazio recintato dove c'e' anche un tavolaccio, una pensilina di stoffa impermeabile e due biciclette.
Qualche volta allunga la mano e arrotola il tubo verde con cui annaffia le piante e lo lascia cadere come una frusta a terra in spirali ordinate. D'estate invece, quando e' molto presto, apre il rubinetto e spruzza l'acqua tutt'intorno sul selciato di cemento, lasciando un cerchio asciutto intorno ai suoi piedi, sempre con le stesse pantofole rosa e grige.
Io la guardo da sopra, avendo cura di non far cadere in basso la cenere che tradirebbe la mia presenza. Guardo i suoi maglioncini rosa o neri, le sue spalle tonde e grosse e la curva dell'avambraccio destro che si stringe sotto il seno florido mentre la mano sorregge il gomito della sinistra che si tiene su fino alla bocca a far entrare e uscire la sigaretta dalle labbra.
Non la vedo mai uscire o rientrare: e' sempre li', nel vano della portafinestra quando mi affaccio. E ogni volta che guardo giu' so che la trovero' ferma, a guardare fisso davanti a se' e so che lei mi sente fumare cinque piani piu' su. Non alza mai lo sguardo perche' questo romperebbe l'incanto. Forse ci sorrideremmo, forse addirittura lei toglierebbe il braccio da sotto il seno e mi saluterebbe. Potrei vedere i suoi lineamenti in modo chiaro, potrei capire troppe cose e forse leggerei qualcosa della storia di una donna che esce per fumare.
Invece, ce ne stiamo cosi', sole e vicine, coscienti della reciproca presenza e come due estranei a un funerale ci sentiamo unite da un segreto innominabile e sufficiente.



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L'incomprensibile potenza del sorriso

racconti umani 13/3/2006

Due netturbine lanciate in corsa sul loro camioncino di rifiuti, per una stradina in discesa di Roma tutta sanpietrini e macchine in doppia fila. Le scope di saggina che ondeggiano ai sobbalzi delle buche e lo sbattere delle cerniere di metallo a ogni curva. Con le braccia fuori dai finestrini sorridono a tutti i passanti, strombazzando il clacson gioiosamente.

Il vicino di casa in T-shirt bianca affacciato alla finestra del bagno all'una di notte. Guarda il palazzo di fronte tutto nero di buio in cui si inquadra la proiezione della sua finestra, e della sua sagoma. Con le labbra aperte in un sorriso immobile che mostra tutti i denti gira velocemente la testa a destra e a sinistra. Ripete la cosa una decina di volte poi si fa serio, chiude la finestra e spegne la luce.



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Ritratto rubato

racconti umani 9/3/2006

Ci sono poche cose che mi piacciono quanto ammirare una citta' addormentata. Lo sguardo puo' fare un giro intero e tornare senza interruzione. E poi il conto, il conto da pagare. Non ci sono conti in sospeso la notte, li dobbiamo immaginare noi. Con l'esercizio, si impara a dimenticarsene e si resta in balia dei nostri occhi, enormemente adagiati sul palmo di una mano che non si chiude mai.
La citta' addormentata non somiglia a niente e non ricorda niente: e' sola e immobile, rappresenta poche cose che la riguardano. Niente strade e nomi, voci insieme allo sfregare dei vestiti:  di notte la citta' sta zitta, un po' miope e un po' sorda. Non resto che io, qui sola a guardare. Le linee dritte si fanno curve e i volumi sono paratie di cartone: la profondita' e' solo lo spazio che ci manca da percorrere, in una prospettiva che sbaglia, sorridendo, i punti di fuga. Tutto e' piu' lontano e contemporaneo la notte, quando  il silenzio diventa un volume col senso dell'umorismo, un solido che si distende anche attraverso i rumori, le sirene lontane, un colpo di tosse al piano di sopra.
E quando dispiega le gambe la citta' e si volta ad abbracciarti e a chiamarti al sonno, puoi rispondere con un cenno del capo, senza che se la prenda per i tuoi occhi aperti, per quel tanto di pelle che fai scorrere tra i suoi capelli, quel niente d'aria che fai uscire col respiro sospeso perche' non si svegli. Magia immobile di un pensiero che esiste senza pensarlo, eterno anche tra le pieghe di un lenzuolo, con le tende tirate e una manciata di buio appena prima che si sollevi la saracinesca del negozio piu' mattutino.



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Il gigante e la suicida (parte II)

racconti umani 27/2/2006

“Aaran!” ripeté, urlando il suo nome. I leprotti scapparono in tutte le direzioni e gli alberi tremarono. Gli uccelli lasciarono i loro nidi e la terra si coprì di piume e foglie.
Il gigante levò gli occhi al cielo e vide volare gli uccelli in geometrie di una matematica misteriosa. Guardò il bosco e il suo verde scuro. Si alzò e avanzò lentamente trascinando la gamba verso gli alberi. Con la testa spostava i rami e faceva correre gli scoiattoli che si fermavano poco lontano e lo guardavano con occhi curiosi. Con i piedi smuoveva l’humus della terra bagnata e il profumo della vita arrivò alle sue narici. Seguì il percorso segnato dal sole che filtrava dai rami respirando prima forte, poi sempre più piano, trattenendo il respiro, ascoltando il segreto impossibile dell’intrico di foglie. Due alberi si intrecciavano in mezzo a una radura e il gigante si fermò. Girò intorno all’abbraccio di rami che dicevano una formula magica in una lingua troppo antica per essere ricordata dagli esseri che sulla terra avevano inventato il movimento.
Il gigante sentì una musica soave di sole due note venire dalle foglie: alzò lo sguardo e vide la suicida che sibilava il suo richiamo abbracciata ai rami più alti. Il gigante e la suicida si guardarono, lui digrignando i denti senza minaccia, lei sibilando senza muovere lo sguardo dai suoi occhi. Il gigante allungò il braccio e sollevò la suicida dal ramo, staccandole le dita palmate dalla corteccia come si stacca un anfibio da un giunco. La suicida chiuse la bocca e continuò il suo canto attraverso le labbra serrate e il gigante la avvicinò per poterla annusare. I suoi occhi erano fermi, le narici nere e larghe e nel respiro cercava di sentire il senso di quelle note sconosciute. La suicida si aggrappò a un dito del gigante come a un tronco e si dondolò in aria prima di lasciarsi cadere a terra, feroce e libera. Rimase accovacciata con le braccia e le gambe piegate, una scimmietta dalla schiena arcuata e volse il viso a guardare il gigante.
Il sole sparì velocemente tra i rami e i due ancora si guardavano, fino a che a brillare nel buio erano solo i loro occhi neri. Il gigante si lasciò poi cadere a terra, fracassando i rami secchi, distruggendo la tana deserta di una lepre, facendo crollare i nidi dai rami. Aprì la mano sulle foglie e rivolse il palmo verso l’alto. La suicida si avvicinò così veloce che il gigante non se ne accorse, e si rannicchiò nel palmo della sua mano. Cominciava a fare freddo e il gigante pose l’altra mano a coprirla, a crearle una grotta. Dormirono così fino al mattino, fino a che gli scoiattoli curiosi lo svegliarono solleticandolo con le loro code. Il gigante aprì le mani e la suicida si svegliò.
“Aaran” disse lui. Lei annuiva chiudendo gli occhi. Rimase ancora un po’ nella sua mano, poi si alzò e si mise dritta, più alta che poteva sotto l’ ombra del gigante. Lo guardò e riprese a sibilare la sua canzone. Allora lui la staccò dalla terra e la sollevò davanti al suo volto. Le staccò le foglie e la terra che le si erano attaccate addosso e la posò di nuovo sul suo ramo. Lei si voltò ed aprì le labbra per sibilare più forte.
Il gigante si voltò verso il laghetto da cui era venuto e prese a camminare. La voce della suicida si faceva più debole ad ogni passo e la luce tra gli alberi più forte mano a mano che si avvicinava all’uscita del bosco. La giornata era chiara; da lontano salivano nuvole di polvere e odore di carne. Si fermò a guardare il laghetto e a scrutare il cielo del mondo degli uomini, poi si incamminò di nuovo verso l’arco di pietra.



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