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Cloverfield

i meglio post mia 12/2/2008

(fotogramma tratto da "Cloverfield")
Non c’è probabilmente niente di più difficile che fingere naturalezza, e forse ancora più complesso è riusire a volgere il banale realismo in acuta finzione.
La descrizione di un evento catastrofico e le ripercussioni che determina, le onde d’urto e rilascio, sulle persone è una narrazione le cui origini affondano tanto profondamente negli abissi dell’immaginario collettivo americano da essere ormai un topos spento, senza più energia catalitica emotiva, senza più forza di esprimersi in modo originale. Gli Stati Uniti sono una nazione con una massa imponente di diversità geografiche ed etniche, tenuta insieme da un legame profondo e psicologico: la disposizione per il melodramma. Come fossero un’immensa risorsa di casi clinici che soffrono di una stessa patologia, proprio perché tanto omogenei nei tratti profondi, gli americani offrono sempre preziose testimonianze del loro status psicologico attraverso la produzione di opere di massa. Non è un caso, infatti, che il cinema sia diventato il medium d’elezione per poter continuare a raccontare ossessivamente la propria storia, esattamente come un paziente che soffre di sindrome post traumatica e rielabora costantemente immagini e racconti dello stesso evento. E’ lo stravolgimento della vita, delle aspettative più semplici come quelle della sopravvivenza ad aver segnato, e continuare a segnare come una profezia che si autoavvera la psicologia del popolo americano. L’uomo di Cromagnon non si aspettava di sopravvivere con facilità e concentrava le proprie forze a proteggere la propria vita, non il perseguimento della felicità. Di contro, gli americani sono un popolo che nasce in un momento avanzato della storia umana, quando la sopravvivenza non aveva più il carattere primordiale di lotta contro elementi spaventosi, ma di scontro intestino tra le diverse classi sociali. Un tale uomo evoluto, dunque, quando si trova a combattere le forze della natura con la clava, non può che sviluppare traumi profondi, avendo l’animo preordinato a combattere altro tipo di mostri. Il cinema hollywodiano ha raccontato ossessivamente l’impotenza contro terremoti, inondazioni, incendi e persino battaglie disperate: non è un caso che la guerra di secessione sia stata quasi sempre raccontata dai sudisti che l’hanno persa e non dai vincitori yankees. Nell’ecatombe di massa è sempre l’individuo a sopravvivere per una serie di circostanze caratteriali e fortuite in quelle che solo in americano hanno trovato espressione linguistica, le cautionary tales, che nella nostra lingua si possono incertamente tradurre come favole che ammoniscono.
Ossessione di morte, distruzione, perdita e lotta impari: una diligenza assalita da decine, centinaia di indiani, il gruppo di amici in disperata fuga da un mostro, una spaventosa creatura non morta e non viva dei film dell’orrore o un’intera città sterminata da un dinosauro impazzito. E’ per questo che chi realizza l’ennesimo film sul tema di Godzilla, di Alien, dell’Armageddon si trova di fronte al quasi impossibile compito di essere originale. The Blair Witch Project ha tentato, in modo un po’ maldestro e ammiccante, di offrire un documento realistico, anzi reale, del terrore di un gruppo di fronte all’aggressione di forze sconosciute, e sono infatti proprio i documentari a essere diventati la risorsa più popolare di cautionary tales per un pubblico mai stanco di sentirsi raccontare ancora una volta quanto hanno sofferto in passato.
Cloverfield si posiziona su questa linea. L'intera pellicola è proposta come fosse la ripresa accidentale di una catastrofe, un home movie girato da amici che intendevano documentare una festa d’addio. E’ straordinario come il film sia ben scritto e strutturalmente impeccabile nel mimare riprese amatoriali, lasciando tuttavia vedere a sufficienza cosa stia accadendo nella realtà. I personaggi si rivelano poco a poco come in un’ottima sceneggiatura classica, in modo naturale e indiretto – attraverso i loro gesti, il loro modo di parlare e compiere azioni – e il montaggio (apparentemente in macchina) che combina lunghi piani sequenza con squarci di immagini casalinghe precedenti alla catastrofe rimaste impresse per l'imperizia dell’operatore amatoriale, riescono a ritrarre in modo eccellente il prima e il dopo di una New York devastata da un terremoto e sterminata da una serie di raccapriccianti mostri che sembrano fuggiti dal laboratorio di Rambaldi.
Come hanno potuto dunque i registi e gli sceneggiatori ottenere un risultato così originale partendo da una storia tanto trita? Rompendo le regole narrative, innanzitutto. Il protagonista, colui che ha la videocamera in mano, non dovrebbe poter morire, pena la fine della registrazione; la storia invece procede lasciando più volte a terra i cadaveri degli operatori accidentali e passando lo strumento di registrazione (forse il vero protagonista della vicenda) da un personaggio all’altro, fino alla morte degli ultimi superstiti e la sopravvivenza solo del nastro magnetico. Cloverfield è un racconto sulla falsariga di tutte le altre storie che vogliono lasciare un documento del dolore, eppure ha un’attenzione maniacale per la forma e fa di un semplice thriller un'opera simile nelle intenzioni ai film di Hitchcock in cui niente, con naturalezza e tratto leggero, è lasciato al caso. Il buio di un tunnel punteggiato di rade luci sulla volta, il neon spezzato che manda solo flash intermittenti, la sovraesposizione di ciò che è fuori a una vetrata accostata alla sottoesposizione di ciò che è dentro: queste scene, notoriamente incubi per il direttore della fotografia, diventano la cifra stilistica di un racconto che si struttura molto più attraverso la forma del narrare che affidandosi alla trama stessa.
Come l’acclamato documentario La vita dopo gli uomini, uscito due settimane fa su History Channel, Cloverfield non si preoccupa di spiegare perché l’umanità si trovi di fronte alla propria fine: racconta semplicemente la fine. Ciò che non è chiaro ai protagonisti non è svelato nemmeno al pubblico lasciandolo di fronte al difficile compito di interpretare da solo gli eventi. Nella lotta contro i mostri si muore, anche se si è protagonisti. Gli uomini scompaiono, rimangono solo le storie.



permalink | inviato da nefeli il 12/2/2008 alle 0:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa