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nefeli

Acque basse

paura dei moderni 9/9/2007

La spiaggia di Larnaka. Il mare e il cielo verdi, torbidi di sabbia densa come mattoni di fango, per costruire case di notte, all’ombra di ciglia chiuse. Il cammino lento verso l’orizzonte e l’acqua sempre a bagnare i rasoterra, ancora un  passo e sfiora le gambe, poi torna a sciacquare verde scura le caviglie, il dorso del piede. Non si arriva da nessuna parte, il corpo non ha il brivido di quel freddo e sconosciuto abbraccio che fa paura e accoglie mentre ti circonda. Solo tiepido umidore e qualche timido pesce, piccolo per la pesca, grande perché non si noti nei fondali. Si nutre forse di scorie morte della nostra pelle, boccheggia semicosciente sguazzando veloce tra il peso dei nostri passi e le polveri lasciate dalla pelle riarsa dal sole. Più lontano qualche testa scura tra il flusso piatto e giganti a mezzobusto accanto, incongruenze della prospettiva o sobbalzi del fondale. Tra Morgante e Astarotte, aprendosi il varco a passo pesante, non resta che trovare il proprio angolo di acqua e sdraiarsi galleggiando. Il corpo galleggia, in perfetta linea orizzontale, immobili come cadaveri trasportati dalla corrente, proviamo quella porzione di morte che ci solleva dall’ansia di dover essere sempre, ostinatamente vivi.
Spruzzi d’acqua sulla fronte e sulla bocca interrompono il sogno di non esistere e con gli occhi fuori fuoco guardo il gruppo di ragazzini che ridono intorno a me. Due ragazzine sui dieci anni con i capelli scuri troppo lunghi per la loro età e tre ragazzi tra i nove e i dodici anni che entrano ed escono dalle onde in mutande bianche. Ci guardiamo.
“Io, Nefeli.” dico e sorrido e una bambina dice il suo nome pieno di “a” ma non riesco ad afferrarlo. Anche l’altra corre a dire il suo e a indicare due dei ragazzi cercando di spiegare un legame, di rivelare un’unione tra loro che capisco essere di fratellanza.
“Sapete fare le capriole?”
Ridono e saltano scomposti nell’acqua.
Faccio una capriola. Poi indico la mia testa e mostro il fondo della sabbia. Testa – fondo di sabbia. Salto e curva del corpo.
Una delle ragazze, completamente vestita in maglietta a maniche lunghe e pantaloni si butta e resta orizzontale sul pelo dell’acqua. A testa in giù.
Dico no, non così.
L’avvicino, faccio segno di chiudersi il naso. Si arrende felice, chiude le narici con indice e pollice e si arrende alle mie mani: una sotto la sua pancia, una sulla sua schiena. Cerco di farla volteggiare in acqua. Ha paura.
“Di quale terra siete, fratelli?” chiedo, spiegando, “Io, Italia.”
“Palestina” dicono in coro.
Voglio uscire dall’acqua, tornare alla mia sdraio tranquilla, lì in fondo al bagnasciuga.
Uno dei fratelli mi tocca e lo vedo fare capriole.
“Sì, sì,” dico, è così.
Provo con l’altra ragazza, dai capelli come canapa al sole. Più remissiva, si lascia guidare sotto l’acqua, in quelle profondità da gnomo.
“Quanti fratelli siete?” cerco di chiedere. Quattro. “E la mamma?” Mi fanno il segno del pancione. Un quinto in arrivo. Guardo la spiaggia. Nessun adulto a vederli nuotare, a osservare i loro movimenti.
Ancora qualche capriola. Schizzi e risate.
“Io torno in spiaggia.” Indico la mia sdraio. Le ragazze mi abbracciano e mi seguono camminando nell’acqua bassa mentre mi allontano nuotando tra il poco di onde e il mare di sabbia.
Mi siedo sulla sdraio. Penso: Palestina.
Loro mi salutano sbracciandosi per minuti interi dall’acqua e poi, quando mi vesto per andare via, escono e vengono a baciarmi, uno ad uno, lasciando l’impronta dei loro corpi curvi e sottili come extraterrestri sui miei vestiti asciutti.



permalink | inviato da nefeli il 9/9/2007 alle 11:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa