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Mitteleuropa

i meglio post mia 22/1/2007

In uno straordinario articolo intitolato Die Weltliteratur Milan Kundera si impegna in una critica che nasconde una condanna piena d’amore e d’amarezza. Con le parole di un padre verso un figlio ingrato, con quelle di un figlio verso un padre egoista.Come già Leopardi e Kafka, anche Kundera scrive una lettera al padre, a quest’Europa che non è ritratta dallo scrittore come una madre ma come un gelido genitore assorbito dalle proprie smanie di grandezza che, cieco, non vede il barlume del genio nei propri figli. “E sebbene il mio intelletto mandi più che un barlume,” lamentava il conte Giacomo al funereo padre, quest’ultimo, perduto nell’oblìo di una biblioteca popolata di troppi nomi lontani perché le voci vicine possano trovare spazio, rifiutava di accordare al proprio figlio la clemenza umana, o anche solo l’orecchio attento che si accorda a un artista.
È malato di provincialismo questo Padre Europa, nelle piccole e nelle grandi nazioni. Kundera rimprovera all’intellighenzia europea, con quel certo tono di stupore che hanno le persone dotate di talento verso i meno dotati, una “irreparabile ineguaglianza” nel trattamento dei suoi figli, una miopia imperdonabile che ha portato l’Europa a essere “incapace di vedere la propria letteratura come un’unità storica e insisto che ciò costituisce un’irreparabile perdita intellettuale.”
Leggendo l’articolo in cui Kundera resta allibito di fronte alla hit parade del milieu culturale francese che pone I Miserabili al primo posto dei libri che hanno maggiormente influenzato la Francia (confinando Rabelais al quattordicesimo posto, tre posizioni dopo le memorie di guerra di de Gaulle) ho pensato che parte del suo dolore potesse dalla sua posizione di “emarginato alla nascita”. La Repubblica Ceca è definita, con dolore, più volte da Kundera con le parole con cui Chamberlain nel 1938 ne sanciva la ‘condanna a morte’: “Un paese lontano di cui non sappiamo nulla”. E Kundera sembra voler rivendicare il posto della cultura, della letteratura ceca in quella europea, come se questo, di rimando, lo liberasse dalla posizione che troppe volte si è trovato ad avere di un rifugiato da una oscura nazione dell’est. Una volta ha persino fermato la stampa di un suo libro perché nella prefazione un eminente slavista lo aveva accostato a Dostoevskij e Gogol, a Pasternak, Mandelstam e ai “dissidenti russi”. Lo scrittore, comprendendo bene che lo studioso intendeva incensarlo e non offenderlo, si è sentito tuttavia mal interpretato, addirittura ha avuto la sensazione di esser stato deportato (sebbene culturalmente). Ma sfogliando più oltre tra le pagine di questo numero del New Yorker, ho incontrato la recensione allo spettacolo titanico, nella forma, nella durata e nelle ambizioni artistiche che Tom Stoppard va mettendo in scena al Lincoln Center di New York ormai da mesi. Il titolo generale della trilogia è “La costa di Utopia” e racconta le vicende di casa Bakunin. Molte i riverberi tra l’articolo di Kundera a questo firmato da Hilton Als, alcuni anche in simmetrica giustapposizione (la figura del grande padre Bakunin come figura buona, incoraggiante e liberatrice dello spirito e dell’animo dei figli in opposizione a una madre Varvara dispotica, ottusa e maschilista). Eppure è stato l’attacco dell’articolo a farmi sobbalzare e tornare freneticamente alle pagine di Kundera. “La storia disgiunta dal destino: è questo che il commediografo di nascita ceca Tom Stoppard ci mostra all’inizio di “Voyage”, la prima pièce della serie “La costa di Utopia”.” Come mai viene citata la nazione di nascita dell’artista? La ragione sembra discendere dal tema trattato, quello cioè della famiglia (russa) Bakunin. Nato in Cecoslovacchia nel 1937 da una famiglia ebrea, il piccolo Stoppard viene cresciuto dal 1939 prima a Singapore e poi in India, dove studia in scuole inglesi e in un contesto culturale prevalentemente britannico. I cechi sono erroneamente considerati di cultura genericamente slava, avverte Kundera, a causa della tarda dominazione (dovuta a un’invasione) russa. Trovarsi sotto l’egida russa è stata una condizione tardo novecentesca per molte nazioni che, piuttosto, possono essere accomunate dall’afferenza al dominio asburgico. Essere ceco vuol dire essere slavo, parlare slavo e pensare come quel mostro senza testa, pura invenzione di un’Europa distratta, che è il “mondo slavo”. Ed essere ceco vuol dire essere ai margini culturali dell’Europa, parte di un “mondo lontano di cui non si sa nulla”. A proposito di Kafka Kundera soggiunge: “Dato che per i francesi è cosa inusuale il distinguere tra nazione e stato, li ho spesso sentiti definire Kafka uno scrittore ceco. Naturalmente è una sciocchezza. Anche se dal 1918 è stato, effettivamente, un cittadino della Cecoslovacchia, nazione di novella costituzione, Kafka ha scritto solo in tedesco e si considerava uno scrittore tedesco. Anche se un editore di Praga avesse pubblicato le opere di un ipotetico Kafka ceco, nessuno dei suoi compatrioti (cioè a dire nessun ceco) avrebbe avuto l’autorevolezza necessaria per far conoscere al mondo quei testi stravaganti scritti nella lingua di una ‘nazione lontana’ di cui ‘non sappiamo niente’. No, credetemi, nessuno conoscerebbe Kafka oggi – nessuno – se fosse stato ceco.”



permalink | inviato da il 22/1/2007 alle 20:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa