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nefeli

L’esercito della città schiera le sue orde. Scalciano i centauri di ferro, con elmi paurosi, maschere d’identità dismesse nelle braccia dei cari e sbuffano con i monocoli dalla pupilla bianca. Il ronzare della bardatura scardina gli interstizi tra il predellino e la rotaia, s’insinua bruciando l’avanguardia di piccole biruote, disegnate per vincere l’inerzia di retroguardie scalcianti nella polvere.
Dietro ai vetri si nasconde l’artiglieria a quattro ruote, riflessi azzurri, tesi tendini di felino che ancora non ha scelto la sua preda, che arrota i canini, serra la lingua nella gabbia di molari un tempo fatti per maciullare, vestigia di un disegno antico e inutile, ora abbandonato in un tempo di selvaggina stesa dietro banconi, di interiora già inerti, perse nella corsa che non ha mai avuto inizio: carni già in pentole, in padelle. Metalli che non feriscono.
In retroguardia, pachidermi trasportatori pendoli di umani si preparano a un inseguimento senza frutto, frustrata corsa verso un pasto masticato. Vomitano passanti su passanti, barcollano ubriachi su interminabili torri di tacchi alti mani grida e vene del collo.
E quando l’iride rosso, attenzione di sangue e di anticipazione, e di sfida si libera nel verde freddo dell’avanzamento, ecco si muove la schiera e riempie la vena della città che non teme morte per trombosi ma si offre medicina alternativa impossibile, metafisica di uno scorrere senza dove che non torna mai.
Il plumbeo sotto s’incurva nel plumbeo sopra, senza occhi, senza altro che un passo dietro l’altro a cercare pupilla dietro vetro, elmo specchio, e trova la sua traiettoria: si ferma solo a ricordare il mare dello spazio che poteva essere, anche oggi.



permalink | inviato da il 1/8/2006 alle 0:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa