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Il gigante e la suicida (parte II)

racconti umani 27/2/2006

“Aaran!” ripeté, urlando il suo nome. I leprotti scapparono in tutte le direzioni e gli alberi tremarono. Gli uccelli lasciarono i loro nidi e la terra si coprì di piume e foglie.
Il gigante levò gli occhi al cielo e vide volare gli uccelli in geometrie di una matematica misteriosa. Guardò il bosco e il suo verde scuro. Si alzò e avanzò lentamente trascinando la gamba verso gli alberi. Con la testa spostava i rami e faceva correre gli scoiattoli che si fermavano poco lontano e lo guardavano con occhi curiosi. Con i piedi smuoveva l’humus della terra bagnata e il profumo della vita arrivò alle sue narici. Seguì il percorso segnato dal sole che filtrava dai rami respirando prima forte, poi sempre più piano, trattenendo il respiro, ascoltando il segreto impossibile dell’intrico di foglie. Due alberi si intrecciavano in mezzo a una radura e il gigante si fermò. Girò intorno all’abbraccio di rami che dicevano una formula magica in una lingua troppo antica per essere ricordata dagli esseri che sulla terra avevano inventato il movimento.
Il gigante sentì una musica soave di sole due note venire dalle foglie: alzò lo sguardo e vide la suicida che sibilava il suo richiamo abbracciata ai rami più alti. Il gigante e la suicida si guardarono, lui digrignando i denti senza minaccia, lei sibilando senza muovere lo sguardo dai suoi occhi. Il gigante allungò il braccio e sollevò la suicida dal ramo, staccandole le dita palmate dalla corteccia come si stacca un anfibio da un giunco. La suicida chiuse la bocca e continuò il suo canto attraverso le labbra serrate e il gigante la avvicinò per poterla annusare. I suoi occhi erano fermi, le narici nere e larghe e nel respiro cercava di sentire il senso di quelle note sconosciute. La suicida si aggrappò a un dito del gigante come a un tronco e si dondolò in aria prima di lasciarsi cadere a terra, feroce e libera. Rimase accovacciata con le braccia e le gambe piegate, una scimmietta dalla schiena arcuata e volse il viso a guardare il gigante.
Il sole sparì velocemente tra i rami e i due ancora si guardavano, fino a che a brillare nel buio erano solo i loro occhi neri. Il gigante si lasciò poi cadere a terra, fracassando i rami secchi, distruggendo la tana deserta di una lepre, facendo crollare i nidi dai rami. Aprì la mano sulle foglie e rivolse il palmo verso l’alto. La suicida si avvicinò così veloce che il gigante non se ne accorse, e si rannicchiò nel palmo della sua mano. Cominciava a fare freddo e il gigante pose l’altra mano a coprirla, a crearle una grotta. Dormirono così fino al mattino, fino a che gli scoiattoli curiosi lo svegliarono solleticandolo con le loro code. Il gigante aprì le mani e la suicida si svegliò.
“Aaran” disse lui. Lei annuiva chiudendo gli occhi. Rimase ancora un po’ nella sua mano, poi si alzò e si mise dritta, più alta che poteva sotto l’ ombra del gigante. Lo guardò e riprese a sibilare la sua canzone. Allora lui la staccò dalla terra e la sollevò davanti al suo volto. Le staccò le foglie e la terra che le si erano attaccate addosso e la posò di nuovo sul suo ramo. Lei si voltò ed aprì le labbra per sibilare più forte.
Il gigante si voltò verso il laghetto da cui era venuto e prese a camminare. La voce della suicida si faceva più debole ad ogni passo e la luce tra gli alberi più forte mano a mano che si avvicinava all’uscita del bosco. La giornata era chiara; da lontano salivano nuvole di polvere e odore di carne. Si fermò a guardare il laghetto e a scrutare il cielo del mondo degli uomini, poi si incamminò di nuovo verso l’arco di pietra.



permalink | inviato da il 27/2/2006 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa