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Ossessione5

ossessione 20/8/2005

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Stava iniziando la primavera, niente di meglio per sedersi al suo bar preferito, accanto alla libreria che gli ricordava sempre la prima volta che aveva visto Fahrenheit 451 di Truffaut. Era andato a vederlo nel 1980 con una ragazza del suo corso all’università, Matilde. Lui credeva di essere innamorato di lei e, peggio ancora, credeva che lei fosse innamorata di lui. O insomma, così gli era parso. Era stata lei del resto a chiedergli di andare al cinema e quando l’aveva vista, con la gonna lunga e ampia, i capelli sciolti come una zingara aveva pensato: è così allora che succede, è così che si riconosce che piacciamo a qualcuno. Glielo vedeva addosso, nei vestiti, nei capelli, nell’ombretto azzurro che aveva messo. Rimase poi perplesso quando non gli permise di pagare il biglietto anche per lei e quando lo salutò dandogli la mano, proprio davanti al portone. L’aveva riaccompagnata a casa e a ogni passo si chiedeva se non avesse dovuto starle più vicino, non so, sfiorarle il braccio accidentalmente. Lei parlava, parlava e lui ascoltava meccanicamente, più interessato al suo tono di voce che alle sue parole. Non ci aveva capito quasi niente del film, lui, perché per tutta la proiezione aveva sbirciato il volto di lei contorcendo le pupille fino a stare male. Non voleva farle notare che la stava guardando e riusciva solo a intravedere il suo profilo illuminato dalle luci nette, rosse e giallastre del film. La ragazza sullo schermo recitava impassibile e sembrava la gemella di Matilde. Incomprensibile, impenetrabile.
Dopo averla accompagnata a casa se ne andò un po’ in giro, ripensando alla serata, chiedendosi se non avesse sbagliato qualcosa. Risentiva il palmo della mano di lei nella sua quando si erano salutati e gli era sembrato duro, piatto, senza quelle montagne e quelle vallate che tutti hanno nelle proprie mani. Lei aveva velocemente ritirato la mano dalla sua, senza lasciare che le loro dita si toccassero e sui polpastrelli di lui era rimasta solo la sensazione del contatto col dorso duro e ossuto della mano di lei, bianco e un po’ freddo.
Rimase a letto una settimana, si era preso l’influenza e quando tornò a lezione la vide che rideva con un altro ragazzo e gli passava la mano sulla guancia, in una lunghissima, interminabile carezza. Istintivamente si toccò la guancia e dovette constatare che lui non aveva il ricordo della mano di Matilde addosso. Qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma cosa?
Fu quella per lui la prima vera delusione d’amore e, sebbene lui non fosse veramente innamorato di lei, la delusione stava nell’essersi sbagliato, nell’aver immaginato che lei fosse innamorata di lui. Si vergognava come un ladro a ripensarsi come un idiota che passa una serata a scrutare il volto di una ragazza credendo che lei abbia dei sentimenti per lui per poi scoprire che quell’impassibilità era invece assenza d’amore. E si vergognava al ricordo dell’impercettibile movimento che le sue dita avevano fatto quando si erano stretti la mano, un movimento verso il braccio di lei, l’inizio del polso. Probabilmente lei non se ne era nemmeno accorta, ma lui lo sapeva di aver fatto quel gesto e ora se ne vergognava di fronte al tribunale della sua intelligenza. Un idiota che non era in grado di decifrare i segnali che le donne gli mandavano.
Dopo quella delusione ce ne furono altre perché man mano che cresceva sembrava sempre più incapace di decifrare i sentimenti delle donne con cui usciva e per questo si asteneva da averne lui stesso di sentimenti. Era come se avesse bisogno di sapere che lo amassero per potersi innamorare. E non gli sembrava mai che le donne lo amassero veramente. Anche quelle che glielo avevano detto, anche quelle che avevano pianto davanti a lui, tenendo gli occhi sgranati e rossi proprio a un palmo dalla sua faccia, senza dire una parola.



permalink | inviato da il 20/8/2005 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa