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nefeli

Ossessione2

ossessione 16/8/2005

Visto lo strepitoso successo della prima parte del racconto pubblicata piu' sotto (praticamente non se l'e' filata nessuno) mi sono lasciata convincere a metterne qui un altro pezzo.
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Entrò in bagno e batté la mano sul muro. Non era certo quello che avrebbe voluto, uscire con la collega di biologia, single da poco, con una gran voglia d’avventure.
Si guardò allo specchio. Quarantaquattro anni, come i gatti. Gli venne da sorridere e notò tutte le rughe intorno agli occhi. Si fece serio.
“Troppi?” disse allo specchio, cercando di avere un’aria naturale. Si trovò repellente. Voltò la faccia verso le mattonelle e rimase un attimo a respirare dalle narici lontano dalle luci sullo specchio. 
“Naturale, devi essere naturale. Quando sei naturale, puoi anche avere mille rughe e vai sempre bene, lo sai…” Sollevò lo sguardo sulle mattonelle bianche e si vide smerigliato sulla superficie irregolare davanti a sé. Increspature come nell’acqua, quel tanto di sfocato e quel tanto di riverbero che poteva far pensare a un lago, un fiume… una superficie d’acqua. Le rughe, le imperfezioni, tutto spariva. Solo i suoi occhi neri, le sopracciglia aggrottate e quel tanto di baffetti che teneva sopra il labbro si vedevano. Sorrise, compiaciuto e quasi cattivo a quell’immagine triangolare di se stesso, quella prospettiva laccata e irregolare della mattonella.
Mise le mani nell’acqua tanto per giustificare a se stesso che era stato in bagno e uscì. Camminando per i tavoli si sentiva forte, uomo, alto e potente. Una roccia, un gigante. I polmoni sembravano essersi allargati, ogni ventricolo sembrava trasportare il sangue più efficentemente. Tutto scorreva nel suo corpo. Sentiva le gambe, a ogni passo. Una gamba, poi l’altra, come al rallentatore. Non era nemmeno concepibile che lui potesse inciampare su una sedia, che potesse fare un gesto goffo al passare del cameriere. Lui era un essere umano, lo sentiva: era vivo. Voltò il capo e sorrise alla signora che si aggiustava il rossetto mentre il marito si infilava un’enorme forchettata in bocca. La signora rimase a guardarlo passare col rossetto sollevato e le labbra scostate, un po’ storte, in una posizione buffa. Lui sentì il suo stesso sorriso che gli si stendeva sulla pelle del volto e tornò a guardare davanti a sé pensando “Sono più bello di lei.”
Si avvicinò al tavolo in cui la sua collega lo stava aspettando con tutto il fascino di un uomo che sa di poter rifiutare la donna che ha di fronte.
“Ho preso anche delle mozzarelline!” disse Federica abbassando lo sguardo a guardargli le gambe, giù fino ai piedi. Istintivamente anche lui si piegò a guardarsi le scarpe, come se ci fosse qualcosa che non andava e per poco non distruggeva l’effetto benefico dello specchiarsi nella mattonella con un’improvvisa insicurezza.
Ma no, tutto andava bene. Le scarpe non avevano problemi, lui era forte, perfetto. Si sedette. E subito non aveva niente da dire. La guardò e si accese una sigaretta. Si voltò a guardare dove si trovasse il cameriere.
“Ma è venuto proprio lui, il cameriere?”
“Ah… ma davvero la tua è un’ossessione!”
“Mi sembra di averlo già ammesso prima.” Disse lui e si sentì un dio mentre si voltava lasciando cadere con noncuranza la cenere a terra. Quella notte, lo sentiva, avrebbe dormito bene.




permalink | inviato da il 16/8/2005 alle 3:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa