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nefeli

aspettare e aspettarsi

conservazione di conversazione 14/8/2005

Per la rubrica dei miei calembour (che spesso non son altro che giochini piu' o meno ingenui) oggi propongo una traslitterazione non morfologica ma di senso. Alcuni verbi, si sa, cambiano di significato nella forma riflessiva. Prendete il verbo aspettare, per esempio.
Io, tanto per dire, ho aspettato una vita alle fermate degli autobus, ai crocevia stretti stipandomi contro le pareti insieme ad altri passanti-topolini, tacchettando sui sampietrini verso un appuntamento, eppure non mi aspettavo che Roma potesse essere cosi' come l'ho vista stasera. Forse perche' stasera l'ho percorsa aspettandomi qualcosa, ma senza aspettare. Ero in compagnia di un cavaliere dallo sguardo arguto e dalle gambe timide, un po' nervose, dalle labbra sincere, che a volte s'uncinano verso l'alto in un quasi impercettibile strizzata d'occhio. Inaspettata. Dal passo veloce e lo sguardo fisso a una meta per me ignota, mi ha trascinato per vie piu' o meno conosciute che pero' sembravano tutte vergini al mio sguardo. Senza pause. Non c'e' mai stata attesa.
Si e' placato solo quando siamo arrivati in un luogo che e' l'apoteosi dell'attesa; una terrazza immobile dove non si puo' fare che aspettare, senza aspettarsi nulla. Perche' nessun occhio ti puo' vedere lassu', nessun rumore ti puo' raggiungere. La terrazza e' tutta percorsa da grate alte che razionalizzano un cielo senza espressione, a decorazione proletaria di un altare altrimenti aristocratico.
Gliel'ho fatto notare e lui, questa notazione, non se l'aspettava.
Me ne sono tornata fiera, almeno, di avergli regalato un riflessivo invece di un verbo attivo. Di questi tempi non e' poco.



permalink | inviato da il 14/8/2005 alle 1:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa