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Manuale per bambine cattive capitolo V

Manuale per bambine cattive 31/5/2005

A Marzo è successa una cosa inattesa: ho trovato lavoro. Sono finita sul set di un film a fare da assistente di assistenti. “Senti, ma come si fa a trovare questo lavoro? No, perché io ci provo da un sacco di tempo, ma non mi prendono nemmeno a lavorare gratis”, mi chiede nella pausa pranzo una ragazza (solito tipo di “ragazza”, trentenne come me, vestita come una diciottenne, spettinata e senza trucco). Rifletto. Come faccio a spiegarle che ho lavorato per anni nel cinema, anni fa, e poi, dopo secoli di faccio-altro-roba-più-concreta, mi chiama un amico e mi dice: vieni vieni che faccio un film. Io vado e scopro che però devo lavorare gratis. Sainoncisonosoldièunacosacosìtraamici. Mh. E per la mia passione per il cinema sono venuta a lavorare lo stesso... Come faccio? Per fortuna la ragazza aveva la concentrazione di un criceto e si è messa subito a correre dietro al regista chiamandolo per nome (anche se era il nome sbagliato).
Continuo a mangiare il mio pasto di pasta scotta e fetta di formaggio imbustati nel polistirolo sulle scale umide del pub in cui stiamo girando alcune scene. Osservo la troupe. Durante le riprese di un film, così recita l’adagio, nasce almeno una storia d’amore. Il set è un microcosmo che si posiziona come una bolla asettica sospesa tra i sogni e le camere da letto. Ci si sente un po’ eroi che condividono un’avventura (stile “Per chi suona la campana”) e un po’ reclusi che condividono la disperazione degli ultimi giorni di vita. Tutte le aspirazioni di vita si esasperano, tutte le percezioni si acuiscono e rimbalzano dall’uno all’altro come negli speecchi deformanti di un Luna Park. Prima o poi si perde la cognizione di sé e degli altri e si comincia a fidarsi dei riflessi, delle distorsioni; ci si affida alla finzione con cieco senso di realtà. La stanchezza degli orari di lavoro immotivatamente da fabbrica dickensiana è ammortizzata dal clima di affettività reciproca stile kibbutz. Lavoriamo per un mondo migliore, è questo il delirio ideologico che ci prende, e ci rispettiamo l’un l’altro senza sapere molto l’uno dell’altro. Si dimenticano le basi reali della nostra vita. Quello è sposato, la moglie aspetta un bambino, si pensa sorridenti mentre ci mette amichevolmente una mano sul culo e con l’altra ci fa un buffetto affettuoso sulla guancia. Sorridiamo senza sferrargli una ginocchiata nello stomaco, perché il gesto, anzi entrambi i gesti sono affettuosi, sono espressione di cameratismo. Tanto più che alla vita ci abbraccia un altro membro della troupe che avvicina le sue labbra al nostro orecchio per bisbigliare: “hai fatto il bollettino d’edizione per la stampa del rullo 9?”
Confondere questi gesti come segnali d’amore o d’attrazione quali potrebbero essere nel mondo “normale”, quello “fuori di qui” è roba da novellini.
La ragazza che faceva l’aiuto regista mostrava una pagina della sceneggiatura al regista passandogli le dita lungo l’apertura sul petto della camicia. La costumista scodinzolava il didietro sulle facce dei macchinisti in pausa ridendo. C’è un erotismo diffuso nel processo creativo di un film, forse perché è un lavoro che ha successo, che funziona solo se l’intera troupe è affiatata. E non c’è maggior affiatamento del sussurro nelle orecchie.
Mentre sono lì che faccio queste riflessioni e una macchia di sugo mi cade sulla scollatura, sento un sibilo arrivarmi alle orecchie. “Sempre qui da sola?” E’ il primo attore che mi occhieggiava da tempo con sguardo profondo e significativo mentre correvo di qua e di là col ciak in mano a chiedere quale fosse il numero di ripresa da scrivere. Gli attori hanno sempre un certo fascino, specie se li vedi recitare. L’emozione che dà un individuo che ti fa gli occhi bovini un momento e subito dopo aggiusta l’espressione in efferata cattiveria o in alcolica depressione è grandissima. Stranamente, vedere che un uomo può mentire, inventare sentimenti ed espressioni in modo tanto credibile e tanto veloce, invece di terrorizzare e gettare un’ombra su di lui, ci attrae irresistibilmente.
Lui era proprio bravo, riusciva a collaudare l’espressione in pochi attimi e si concentrava in mezzo al bailamme impressionante di un set con estrema facilità. Ah, che fascino! Ci sentiamo onorate di attrarre la sua attenzione perché nel microcosmo del set le gerarchie del mondo “vero” sono esasperate. Ricevere le attenzioni di un macchinista è accettato, naturalmente, di buon grado, ma non c’è paragone con l’essere la beniamina del primo attore. Non ne parliamo poi di ricevere quelle del regista che, di norma, è l’unico a fare il sostenuto, a essere più serio e intoccabile e che, se ha una beniamina, la tratta male. Ah, che emozione essere trattata da pezza da piedi dall’uomo più importante del set che poi, a giornata finita, e questo lo sanno tutti, si getta tra le nostre braccia come un bambino in quelle della madre. E ad ogni “ti ho detto di fare silenzio!” la beniamina si guarda intorno con un sorriso soddisfatto come a dire “a voi non lo dice mica così!” E noi tutte invidiamo il privilegio del dileggio che ha solo lei.
Tuttavia anche il primo attore è una gran posizione nella pole position delle attenzioni da set. Sebbene il primo attore di solito ne ha più d’una di amante-da-set, è lo stesso un privilegio ricevere i suoi bisbigli nelle orecchie.
Sollevo lo sguardo strofinandomi disperatamente la macchia di sugo. Lo guardo. Lui mi guarda intensamente e sorride. Io penso: “Mi sta guardando le labbra... oddioddioddio... ma che mi vuole baciare qui così? In mezzo a tutti? Oddioddioddio...” Lui allunga la mano verso la mia guancia e io penso “Omadonnasanta adesso mi afferra e mi bacia appassionatamente...” e invece lui mi stacca un pezzetto di pomodoro dalla guancia. Mi sento una cretina e penso “mi pareva troppo strano di essere proprio io, il gradino più basso di questo set, non sono nemmeno pagata... di essere proprio io la sua beniamina...”
I giorni passano e lui mi guarda sempre più intensamente e non perde occasione di venirmi a bisbigliare nelle orecchie ma io non credo che sia affatto possibile che noi possiamo diventare la coppia-da-set. In quel set non si era ancora formata una coppia e tutti si chiedevano chi sarebbe stato a fare il suo dovere e a fare anche di quel set l’alcova di una torrida passione.
Lui fa lo spavaldo, mi cerca con la camicia aperta e mi chiede di aiutarlo ad abbottonarla. Si spoglia davanti a me e cerca di stare sempre vicino a me durante le pause. Io lo osservo mentre recita e comincio ad avere la sensazione che reciti per me, mi sembra addirittura che mi lanci delle occhiate al di là della macchina da presa, addirittura durante la recitazione!
Capita di impazzire leggermente a volte e di credere che il mondo veramente ti parli, che la realtà ti stia mandando dei segnali e ci dimentichiamo che la realtà manda solo segnali caotici, alcuni dei quali possono cadere proprio accanto a noi, ma ciò raramente significa qualcosa.
Una sera si avvicina a me e comincia a chiacchierare di sciocchezze, sempre sussurrando, si capisce. Piano piano tutti vanno via e gli chiedono se vuole andare in pizzeria con loro. Lui guarda sempre prima me che rispondo “No, io vado a casa” e dunque rifiuta gli inviti. Restiamo soli e mi dice: “allora ti posso accompagnare a casa?”
Accetto e tremo, tremo. Mentre camminiamo verso la macchina mi sento una fan di Elvis a cui il Re abbia offerto un passaggio sulla sua moto da sogno, con frange e lustrini che sfrecci tra le ali di un pubblico in delirio.
Invece arriviamo a una vecchia Simca con i finestrini puntellati da cacciaviti e la portiera del passeggero bloccata. Entro dall’altra portiera e aspetto quieta e col fiatone che entri anche lui. Si siede. Partiamo. Lui tace, improvvisamente e’ totalmente quieto e tamburella con le dita sul cruscotto a ogni semaforo.
Io penso: “Ma quando mi bacia? No, perché adesso se non mi bacia mi incazzo... Sul set devo tornare domani con la faccia di una che è stata baciata dal primo attore. Non si scherza su queste cose...”
Ma lui tergiversa, è spaventato, mi sembra addirittura che stia sudando, ma non ne sono sicura perché non lo guardo direttamente. Ci fermiamo sotto il mio portone. Spegne la macchina e continua a tenere gli occhi bassi, tamburellando il cruscotto. Allora vengo presa da una vertigine di follia. Tutto mi sembra così vacuo e allo stesso tempo buffo. Mi sembra di averlo per le mani, di averlo in pugno, “sotto il mio pollice” come si direbbe in inglese. E allora gli dico: “Mi puoi anche baciare, sa? Non mordo mica... Almeno non sempre.” E sorrido, lui abbozza un sorriso nervoso e mi guarda incerto. Ci guardiamo così per un po’ e poi si avvicina. Si avvicina. Si ferma. Ormai siamo troppo vicini per vederci a fuoco e restiamo un po’ così a guardarci con gli occhi strabici. Io sorrido sempre e mi sembra di essere serena. Parto io col bacio e lui mi abbraccia. Ci baciamo per un bel po’, chissà quanto. Il primo che inventa un modo per mantenere il senso del tempo mentre ci si bacia, è pregato di farmelo conoscere.
Lui poi abbassa la testa e torna a guardare in basso. Io apro la portiera, gli allungo un altro bacio veloce e dico: “a domani, allora.”
Salgo le scale quattro a quattro. Ho baciato il primo attore!! Arrivo a casa, mi siedo sul divano e lascio tornare il cuore a battiti quasi normali.
Prendo il cellulare e gli mando un messaggio “Grazie, è stato bello.”. Dopo una mezz’ora mi arriva la sua risposta: “Ti prego, non mi perseguitare. Non essere ossessionata!”




permalink | inviato da il 31/5/2005 alle 9:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa