.
Annunci online

nefeli

La prima citta' immaginata

citta' immaginate 6/4/2005

Mi hanno detto che sono un po'  pigra coi post, allora mi do da fare: [chi non riesce a starmi dietro, semplicemente selezioni quello che gli interessa di piu'. non vi obbligo a leggere tutto! ...Un momento: vi posso obbligare? C'e' possibilita' d'obbligo bel blog? No? Istituiro' allora l'obblog]
Ho istituito una nuova rubrica dove penso di raccontarvi le citta' che non ho mai visto ma di cui ho sentito parlare (sicuramente quanto voi, ma forse non piu' di voi)
La prima e' questa (ma non vi dico subito quale sia... eheheh...



"E' un enorme metropoli moderna in una terra disperata. E' arrampicata coscienziosamente sulla montagna e le strade sono numerate.
La città ha due lati, come la luna. Uno, quello che si vede, sotto la luce del sole e della luna, ed è la parte che tutti possono vedere, la parte che esiste. Poi c’è l’altro lato, dietro alla montagna, il lato sempre in ombra, col sole e con la luna. Quel lato è l’altro lato, dove stanno tutte le persone che si sono perse o che non sanno di esistere. Dall’altro lato della sua città ci sono le persone che non si possono vedere e stanno sempre zitte per non farsi scoprire. Si muovono lentamente e parlano solo a gesti. Fanno tante cose, fanno figli, fanno case, fanno i conti con la vita, ma nessuna di queste cose esiste.
Invece le persone dal lato luminoso della montagna si muovono a ritmo sostenuto e intelligente, ridono della morte e della vita. I giovani sono fatti di forza e passione. Il mare è lontano dalla città ma tutti hanno l’occhio verso le immensità, perdono l’immaginazione oltre alle montagne, inventano il loro passato con la precisione mitologica dei popoli di mare. Il popolo da cui viene lui sa sognare in un modo in cui la gente di lei non sa fare. E sa essere realista e osservatore in un modo sconosciuto al popolo di lei. La cultura di lui sa costruire storie vere tutte inventate, sa collocare la fantasia nella vita di tutti i giorni e sa mangiare quello che è rimasto nel piatto degli altri. Sanno stringersi la mano senza abbassare lo sguardo e senza essere costretti a sorridere. E sanno distinguere se stessi dai desideri degli altri. Quando piove, non usano l’ombrello perché sanno che la pioggia finirà e che sarà il sole ad asciugarli. Quando piangono non si coprono gli occhi e lasciano che il vento asciughi le loro lacrime. Se qualcuno muore se lo dicono guardandosi in faccia e non si vergognano di tenere le mani ferme lungo i fianchi. Stanno dritti contro il cielo e sentono la terra sotto i piedi, anche attraverso le scarpe e quando si abbottonano la camicia, lasciano sempre il primo bottone slacciato. Chi è nato in quella città una volta può nascervi tante altre volte, e ricordare sempre tutto. Se un bambino corre lo guardano sorridendo e non lavano subito via il sangue dalle strade. "




permalink | inviato da il 6/4/2005 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa